Tavo Burat

ATTUALITA’ E FASCINO DI UNA RIBELLIONE MONTANARA E DI UN’ERESIA MEDIEVALI

 

La storiografia riguardante gli Apostolici di Gherardino Segalello e di Dolcino ha avuto una svolta netta con il lavoro di Elena Rotelli, presentato da Domenico Maselli, uscito a Torino nel 1979 (1). Infatti, malgrado Francesco Cognasso sin dal 1952 (!) (2) e Rosaldo Ordano nel 1972 (3) avessero chiaramente dimostrato la falsità dei famosi Statuti di Scopa del 24 agosto 1305 e di Scopello del 7 settembre successivo, tutti gli storici interessatisi dell’argomento, da Grado G. Merlo al valsesiano Alberto Bossi sino al “penultimo” Raniero Orioli, hanno ignorato che i cardini sui quali si basava la storiografia clericale, per sostenere la tesi dello scontro terribile tra eretici e locali, erano ormai saltati. Il preteso Statuto di Scopa era stato “scoperto” da padre Filippo da Rimella in prospettiva anti-giansenista e controrivoluzionaria, nel 1793, proprio l’anno in cui l’eco del “terrore” che giungeva d’oltralpe evocava minaccioso il fantasma di fra Dolcino. Lo Statuto di Scopello compare invece nella cronaca romanzata di G. B. Fassola, redatta nel 1672, nella quale l’autore si compiace di dar risalto al contributo antiereticale che sarebbe stato dato, 365 anni prima, dai suoi avi “crociati”. Purtroppo il libro della Rotelli che, invece, scrupolosamente aveva citato Cognasso e Ordano, traendone le conseguenze, è da tempo esaurito; ed il testo di Raniero Orioli del 1984, se è prezioso per fornire al lettore i testi integrali delle fonti più importanti, tradotte in italiano, nelle 30 pagine di introduzione non soltanto non fa menzione della falsità dei pretesi Statuti valsesiani, ma lascia Dolcino avvolto in un “mistero” che non consente al lettore di situarlo nel contesto valsesiano e biellese del tempo (4).

Raniero Orioli ha in seguito fatto invece luce là dove erano le ombre, con il suo esaustivo ultimo lavoro, che costituisce il più valido e completo studio, rigorosamente “scientifico”, sul movimento apostolico dal 1260 agli anni immediatamente successivi alla cattura ed al supplizio di fra Dolcino (1307) (5). Alcuni “misteri”, come l’origine familiare di Dolcino, paiono ora risolti, anche se non è consentito, allo stato attuale della documentazione, andar oltre l’ipotesi sia pur molto plausibile. L’intenzione clericale di demonizzare Dolcino sin dalla nascita, attribuendone la paternità ad un “prete Giulio”, confermata con le notizie sulla sua adolescenza, quando sarebbe fuggito da Vercelli perché squallido autore di furti domestici, è infatti smentita dai risultati delle ricerche dell’Orioli: De Julio Presbitero è, infatti, il nome di una illustre famiglia (chiamata anche de’ Presbiteri o Preve ) del vercellese, di cui si conoscono insigni personaggi sin dal secolo XII, comunque precedenti Dolcino, che apparterrebbe dunque a tale famiglia, e non sarebbe “figlio del prete” ; la Historia dell’anonimo sincrono ha il termine presbyter che, pochi anni dopo, l’inquisitore Bernardo Gui traspone in sacerdos rendendo ancora più esplicita la pretesa origine infamante. Vi è la famiglia Preti, valsesiana, ghibellina, imparentata con i Tornielli di Romagnano Sesia, della stessa parte politica: se si considera la tradizione che fa di Dolcino un Tornielli, quest’ultima potrebbe essere la famiglia materna, ipotesi avvalorata anche dalla circostanza che le fonti più autorevoli fanno di Romagnano (o di Prato sesia, appartenente a quel castello) il luogo natale del capo degli Apostolici (6). C’è da aggiungere che le fonti indicano Dolcino avviato in adolescenza alla vita ecclesiastica, il che non sarebbe stato consentito al bastardo di un sacerdote… Infine, per quanto riguarda la fuga da Vercelli avvenuta tra il 1280 e il 1290, negli anni “cioè che vedono il braccio di ferro tra il vescovo Aimone di Challant, sostenuto dalla parte guelfa, e il gruppo ghibellino fomentato da Ottone Visconti” , quella di Dolcino potrebbe essere la fuga di un perseguitato politico, per il prevalere di una qualche fazione politica avversa alla sua famiglia (7).

Infine, Gherardo Segalello, suo predecessore e capo sui generis, carismatico e spirituale, del movimento apostolico (di cui fu fondatore), anche grazie a Raniero Orioli non ci appare più come un folle mentecatto, quale ce lo racconta il cronista fra Salimbene de Adam, ma un francescano dissidente, un “eretico poeta” che merita, secondo noi, non soltanto comprensione ma completa riabilitazione. Rimossi dunque i “bastioni” sui quali si era arroccata la storiografia clericale, permangono ancora ragioni di dissenso, e quindi di dibattito, che riguardano la tesi degli storici che esclude il coinvolgimento popolare nella guerriglia guidata da Dolcino in Valsesia e nel Biellese orientale. Scrive infatti l’Orioli: “Pur se non è possibile, oggi, prestar più credito ai patti della lega antidolciniana, è però abbastanza puerile sostenere che la provata falsità di essi dimostra, di contro, un’adesione valsesiana agli apostolici (8) come invece sostiene la Rotelli” , che infatti scrive: “certamente tale scoperta (la falsità degli Statuti)… contribuisce ad avvalorare come veritiera l’ipotesi… secondo cui Dolcino non avrebbe potuto organizzare una così accanita difesa, né procacciarsi per tanto tempo i rifornimenti, senza aver ottenuto la simpatia e i soccorsi degli abitanti della zona” (9).

Orbene, si considerino questi fatti:
Dolcino arriva nel 1304 “cum quibusdam complicibus suis de remotis partibus” , e va predicando di casa in casa. Il seguito di Dolcino non era certamente formato da guerrieri usi a tirare con l’arco ed a maneggiare lance e spadoni; con lui erano soprattutto artigiani, con anziani, donne e bambini. L’inquisizione si mette in moto e Dolcino con i suoi abbandona il fondovalle e risale la Sesia sino a Campertogno, dove è invitato da Milano Sola, e poi, pressato dalle truppe vescovili, si rifugerà sulla Parete Calva, dove, secondo l’Anonimo Sincrono, i Dolciniani sono diventati millequattrocento; tremila per Benvenuto da Imola. Come si sono potuti moltiplicare? L’Orioli sottolinea l’arrivo in loco di molti Apostolici da varie parti d’Italia: ma occorre ricordare che il periodo di quiete tra Gattinara e Serravalle è molto breve, e che presto l’Inquisizione provvede a formare posti di blocco che arrestano diversi Apostolici, nel loro tentativo di raggiungere Dolcino. Si tratta sovente di donne, e comunque non di uomini in grado di compiere quei saccheggi, rapine, devastazioni che, sia pure con evidenti esagerazioni, le fonti clericali imputano ai Dolciniani. I “pochi complici” diventano un numero considerevole, perché contro i vescovili combattono soprattutto i locali. Le fonti dicono che a Campertogno Dolcino è invitato da un “ricco contadino” , Milano Sola il quale, annota l’Orioli, “ricorda molto certi fautori emiliani” degli Apostolici. Chi conosce Campertogno sa che non ha senso parlare di ricchi contadini per un’avara agricoltura di alta montagna che consente la mera sussistenza. L’economia compatibile con le asprezze dei luoghi e del clima all’inizio del XIV secolo in alta valle non poteva che essere strutturata su modelli comunitari, come in generale l’arco alpino (basti pensare al “patriziato” svizzero, alle “vicinie” lombarde, alle “regole” cadorine ed anche alle “comunaglie” dell’Appennino parmense). Milano Sola non invita a titolo personale, come farebbe un signorotto feudale della pianura nel proprio castello; ma parla a nome della comunità, ed ai Dolciniani mette a disposizione le povere casupole della montagna e le balme (che non sono “rupi” né “tombe”, ma grotte, caverne, come tuttora si dice in lingua piemontese (10), dove da sempre hanno trovato rifugio i ribelli, i “banditi”. Dolcino e i suoi “per vie sconosciute, innevate, nottetempo” sfuggono all’assedio sulla Parete Calva e passano in alta valle Sessera, sul Rubello e sulle creste della Caulera. Come hanno potuto fare quel percorso senza l’aiuto dei locali? Per questi ultimi, sarebbe anzi agevole vendicarsi dei saccheggi subiti tendendo a quei forestieri stremati imboscate ed agguati… Ma i locali sono amici, non nemici di Dolcino.

Sul Rubello, nel Biellese, i Dolciniani si difendono disperatamente. Sono ormai poche centinaia poiché i più deboli, le donne e i bambini sono stati lasciati in Valsesia. Sono in grado tuttavia di costruirsi un fortino, cinte murarie, un pozzo trincerato, camminamenti ecc.. Riescono persino a compiere sortite vittoriose. Il 23 marzo 1307 occorrerà un’intera giornata perché “multi crucesignati” riescano a debellare pochi uomini e donne denutriti, sopravvissuti ad un inverno terribile. Quanti tra costoro sono ancora gli arrivati con Dolcino a Gattinara nel 1304? I montanari valsesiani e biellesi, avvezzi alla durezza della vita in montagna, usi a cacciare con l’arco e a lottare contro i mercenari (assoldati dai feudatari Biandrate prima, dai Comuni di Vercelli e Novara poi, ed infine dai Vescovi), soltanto loro possono, in tali penose condizioni, essere in grado di contrastare le milizie nemiche. Per sopraffare contadini ed artigiani emiliani e trentini (i quali hanno abbandonato le loro terre al primo segno di persecuzione, senza opporre resistenza alcuna) non c’è bisogno, come invece provvede il Vescovo Ranieri, di arruolare addirittura dei balestrieri genovesi, abilissimi nell’usare le loro armi sul piano mobile delle imbarcazioni. I Dolciniani non sono dei “Guglielmo Tell”, ma i montanari invece……… Orioli concede che Dolcino abbia fatto proseliti locali, ma sostiene che “l’adesione di alcuni non significa, necessariamente, l’adesione di tutti” (11). Ebbene, proprio a questo proposito va sottolineata “la pericolosità metodologica dell’impiego delle nostre esperienze contemporanee come metro e mezzo per spiegare gli avvenimenti del passato” (12). L’adesione individuale è una categoria moderna, valida tutt’al più per i paesi in bassa valle, come Serravalle, o in pianura come Gattinara, Vercelli ma non certamente per i villaggi dell’alta valle dove la struttura sociale era, a quei tempi, tribale, e la comunità si muoveva compatta e necessariamente solidale come branco di lupi. Non ha senso, ad esempio, ipotizzare che a Campertogno “alcuni” siano con Dolcino, ed altri contro. “E’ abbastanza puerile” concepire un dibattito ideale, teologico, in una società di analfabeti dove la prima preoccupazione è la sopravvivenza, e quindi la resistenza alle pretese della società feudale, sfruttatrice, fondata sulla proprietà privata e sulla gerarchia, e radicata nel diritto romano. Tutt’al più si può pensare che alcune comunità siano con Dolcino, ed altre no. Ma anche questa ipotesi è da scartare se si considerano i precedenti ribellistici di tutta la Valsesia medievale. L’Orioli ancora scrive che “gli aiuti, se ci furono, non furono però bastanti dal momento che, dopotutto, dalla Valsesia Dolcino e i suoi dovettero fuggire per non morir di fame” . E con ciò? I montanari valsesiani patiscono anch’essi la fame, e la ribellione con il conseguente blocco delle milizie vescovili nel fondo valle ha aggravato pure la loro situazione. Orioli si chiede: perché Dolcino invece di isolarsi sulle montagne, non è resistito in pianura, più atta alle scorrerie e alle improvvisazioni tattiche? (13). Ma appunto perché Dolcino non aveva suoi guerrieri, e in pianura la rivolta armata non c’era, mentre era in atto proprio in alta valle, prescindendo dal “fascino” biblico della montagna (“da dove verrà la mia salvezza”, salmo 121). Orioli ricorda giustamente che “i valligiani avevano nel corso degli anni, sempre più cercato di riscattarsi dalle servitù feudali, talora con aperte ribellioni, più spesso con metodica azione continuata, mirante al rifiuto del pagamento delle imposte e delle decime e al riscatto delle terre in enfiteusi e in usufrutto” . Perché allora negare che nel 1305-1307 ci sia stata proprio una di quelle “aperte ribellioni” , e che Dolcino con i suoi vi sia confluito? Soltanto con questa ipotesi si spiega la possibilità di una lotta armata, le incursioni, la perfetta conoscenza dei luoghi, l’incredibile resistenza, sul Rubello, della “schiera dolciniana lacera, debilitata, affamata, infreddolita” … eppure “temibile, pericolosa”, non perché formata da pochi eretici superstiti, ma da irriducibili di gente montanara, forgiata dalla durezza delle condizioni di vita e dalla lunga esperienza ribellistica, che ne costituiva come una “competenza”, quasi un fattore culturale genetico.

Ancora una volta: “è abbastanza puerile sostenere” che gente locale di tal fatta si sia lasciata rapinare da boni homines giunti in pochi, da lontano, miracolosamente trasformatisi in feroci briganti, insieme ad “alcuni” convertiti ed a qualche altro forestiero passato attraverso i blocchi e le maglie dell’Inquisizione; e che tali devastazioni, rapine, saccheggi sarebbero avvenuti in quelle alte valli dove i feudatari ed i grossi Comuni della pianura, da un secolo almeno, stentavano ad affermare un dominio stabile! Il contesto valsesiano appare chiaro se rapportato, per analogia, a quello di altre valli alpine percorse, a quei tempi, da fermenti eretici, come ad esempio la Val Camonica, al confine tra le terre bergamasche, bresciane e trentine che, dalle presenze catare a quelle dei “poveri lombardi” alla repressione della pretesa stregoneria, sino ai “pelagini” del XVII secolo, è stata caratterizzata da movimenti eterodossi e dalla dissidenza religiosa. Scrive Roberto Andrea Lorenzi, profondo conoscitore della società di quella valle e della sua storia: “In valle è la ‘vicinia’ che fornisce la base sociale per l’accoglimento delle eresie. La pratica della proprietà collettiva è, infatti, l’elemento materiale più importante che può giustificare l’accoglimento delle eresie nella Valle Camonica. E’ questo il periodo nel quale il feudalesimo vescovile è più aggressivo. Il movimento eretico, cataro, valdese ed anche semplicemente evangelico, tra i suoi assunti fondamentali aveva da sempre posto quello della povertà della chiesa, quale segno della sua verità, mentre la chiesa di Roma -come riferisce il Moneta (sec. XIII), riportando uno degli assunti dei catari- ‘nelle ricchezze, rivestita di porpora e bisso, sconcia banchetta splendidamente, non lavora con le sue mani, (ma) oziosa divora i frutti del lavoro altrui, e maledice’. Nei piccoli paesi di montagna, quali sono appunto i villaggi camuni del Medio Evo, i rapporti sociali sono molto intensi, per la stretta pratica di una vita comunitaria nella quale la sfera del privato è assai limitata. Per questo la pratica della proprietà collettiva -nel momento in cui il potere feudale è nelle mani del vescovo- dovette portare intere comunità a simpatizzare ed a sostenere i movimenti eretici che, tra l’altro, talora predicavano la comunanza dei beni, riallacciandosi alla vita comunitaria dei primi cristiani, se non ad abbracciarne direttamente la dottrina. Sta di fatto che questi movimenti venivano a proporre in Valcamonica una giustificazione dottrinale alla pratica del possesso collettivo, proponevano, cioè, delle basi ideologiche e dottrinali a quanto qui veniva praticato da tempo e che ora era messo in forse dal potere temporale in espansione del vescovo e del Comune cittadino” (14). Ritengo che non si potrebbe spiegare meglio anche la vicenda di Dolcino in Valsesia, con l’aggiunta che qui, a differenza della Valcamonica, c(era una tradizione almeno secolare di resistenza armata! Anche se la dottrina di Dolcino, e le sue lettere, non fanno cenno al rifiuto di pagare le decime ed alla ribellione “sociale”, i Valsesiani già avevano contestato per conto proprio decime e balzelli: l’insorgenza ci sarebbe stata comunque anche senza Dolcino, che invece vi confluì e contribuì ad “animare” (a darle, cioè, “un’anima”), a galvanizzare e ad organizzare.

La Historia dell’Anonimo Sincrono non riferisce l’adesione dei locali, e pour cause . La Chiesa romana voleva estirpare le radici della ribellione sociale, che andava quindi taciuta oppure, nelle sue incancellabili manifestazioni, demonizzata, presentata come estranea alle “buone e devote popolazioni locali”, pacifiche, soggette all’autorità che viene da Dio (Romani 131 ). La strategia clericale è chiara: fin dall’inizio, divaricare sempre più a forbice i locali dall’eresia, magari inventando falsi documenti, come gli Statuti delle leghe valsesiane, e predicando per sei secoli che l’eretico è il diavolo: ed è così che i boni homines non meritano più rispetto, non più solidarietà, non più carità: “sono ora dei feroci briganti, i ‘maledetti Gazzari’ sono divenuti il Nemico. Un nemico che subito saccheggia e devasta i paesi vicini” (15), miseri villaggi di casupole dove si è quotidianamente alle prese con la fame ed il freddo, da sempre! La lotta della società alpina, per salvare, con l’identità originale, anche la propria esistenza, è stata più che millenaria; e la Resistenza del 1943-45 ha avuto anche il significato dell’ultima battaglia di quella civiltà: l’estremo “tuchinaggio”. Basterebbe rileggere la Dichiarazione di Chivasso dei rappresentanti della Resistenza della Valle d’Aosta e delle valli valdesi, per rendersene conto (16). Per questo la lontana ribellione valsesiana che, per la presenza e la guida di Dolcino, è divenuta “ereticale” al punto di confondere i locali con forestieri Apostolici, è attuale; essa parla ancora alle nostre sensibilità di montanari “non rassegnati” ad accettare una montagna colonizzata, ridotta a squallida periferia per le seconde case di chi, nei grossi centri della pianura, detiene il potere economico; per questo, quella rabbia remota dà voce anche alla nostra, alle soglie del terzo millennio.
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Gli altri motivi di dissenso nei confronti di Raniero Orioli, riguardano la tesi per cui l’eresia apostolica (“nascita, vita e morte” ) sarebbe tutta compresa nell’arco degli anni tra il 1260 e il 1307; dopo, “tutto il resto sarà solo denigrazione, esaltazione, sfalsamento, leggenda” (17). Orbene, dalla considerazione che la vecchia storiografia, che non teneva conto della falsità degli Statuti della lega valsesiana è ormai del tutto superata e che, comunque, i testi sono difficilmente reperibili anche in antiquaria (compreso quello che ha segnato la “svolta”, della Rotelli), nasce questo libro: proprio per presentare la vicenda apostolica ed i suoi due capi, Segalello e Dolcino, alla luce delle nuove ricerche e delle “sensibilità” così diverse rispetto a quelle degli Autori un tempo schierati pro o contro Dolcino; e per esplorare quel “resto”. Dove affondano le radici del movimento apostolico fondato da fra Gherardino da Alzano (oggi Ozzano Taro)? E’ proprio vero che il movimento finì con i roghi di Dolcino, Margherita e Longino Cattaneo nell’estate del 1307? Quali la teoria e la prassi? La “rivendicazione” effettuata dal movimento operaio nel 1907 non è “Storia” anch’essa? Le tradizioni e le leggende, sono veramente “tutt’altro”, oppure la memoria popolare ha trattenuto e riplasmato, alla luce di antichi miti, vietati, anche elementi di “controstoria” rispetto a quella raccontata dalla Chiesa di Roma, vittoriosa? Le insurrezioni avvenute mezzo secolo dopo, dei tuchiens dell’Alvernia occitana, e quelle dei Giovannali di Corsica, innestate su predicazioni e dissidenze francescane, così come le “guerre dei contadini” di Germania infiammati da Thomas Müntzer, profeta della Riforma sconfitta, possono illuminare i fatti dolciniani, da ritenersi allora uno dei primi anelli della “gran catena delle sollevazioni cristiane”, come insegna nelle sue lezioni il filosofo Antonio Labriola? L’attualità di Dolcino, e dunque l’attività del Centro Studi Dolciniani, a cominciare dalla posa del cippo sui ruderi dell’obelisco innalzato dagli operai nel 1907 e abbattuto dai clerico-fascisti nel 1927, merita l’amara irrisione di chi ne vede un sostanziale “tradimento” a scapito dell’autentico Dolcino “dimenticato”.

Il così ampio dibattito svolto non soltanto sui libri, ma sulla stampa d’ogni colore, testimonia l’interesse che l’uomo d’oggi sente per quel personaggio che non si è riusciti né a sprofondare all’inferno né a sradicare dall’animo popolare, né a ghettizzare in una “parentesi” temporale di 70 anni (1260-1307). Per dirla con Giuseppe Giusti, “di fatto, dopo morto / è più vivo di prima”. Per documentare questo interesse con le nuove prospettive, e per fornire studi divulgativi e al tempo stesso ricchi di analisi e chiose rigorose, per informare su eventi poco o male conosciuti, nasce questo libro-antologia con contributi di diversi autori, alcuni illustri, docenti universitari, altri operai. Tutti, comunque, studiosi che preferiscono non celare la propria sete di giustizia e di libertà, e rinunciano dunque ad ogni pretesa di “asetticità” ponendosi, ancora una volta, “dalla parte di fra Dolcino”. Siamo convinti infatti che l’onestà dello storico non sia una pretesa conclamata imparzialità, attraverso la quale far magari passare messaggi criptici e celare posizioni tendenziose, ma consista nel chiaramente dichiarare quale sia il proprio punto di vista, e nel non celare alcun elemento di quelli riscontrati. E’ la linea della nostra Rivista Dolciniana, periodico non “baronale” riservato altezzosamente agli accademici, ma libera palestra di ricerca, e dalla quale abbiamo estratto diversi dei saggi qui raccolti.
Ringraziamo tutti i collaboratori, ed il lettore che ci segue con disponibile attenzione.

NOTE
(1) Elena Rotelli, Fra Dolcino e gli Apostolici nella storia e nella tradizione , prefazione di Domenico Maselli, ed. Claudiana, Torino 1979.
(2) Francesco Cognasso, Novara nella sua storia in Novara ed il suo territorio , Novara 1952, pp. 280-293. Ristampato in Storia di Novara , Novara 1971.
(3) Rosaldo Ordano, Dolcino , in “Bollettino Storico Novarese”, I (1972), pp. 21-36.
(4) Raniero Orioli, Fra Dolcino. Nascita, vita e morte di un’eresia medievale , Europia Jaka Book, Novara 1984; Gustavo Buratti, Il “mistero” Dolcino , in “Rivista Storica Biellese”, a. III, n° 3 (1986), pp. 81-86.
(5) Raniero Orioli, Venit perfidus heresiarcha. Il movimento apostolico-dolciniano dal 1260 al 1307 , Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma 1988.
(6) R. Orioli, Venit ecc. , p. 101 e ss.
(7) Idem, p. 100 n. 42 e p. 104 n. 53.
(8) Idem, p. 245.
(9) E. Rotelli, cit. , p. 46.
(10) R. Orioli, Venit ecc. , p. 243 n. 133.
(11) Idem, p. 245.
(12) Idem, p. 245 n. 143.
(13) Idem, p. 245 n. 143.
(14) Roberto Andrea Lorenzi, Medioevo camuno. Proprietà classi società, Luigi Micheletti Editore, Brescia 1979, pp. 79-80.
(15) R. Orioli, Venit ecc. , p. 223.
(16) Cfr. Emilio Chanoux, Federalismo e autonomia , Quaderni dell’Italia Libera, Partito d’Azione ed. clandestina s. d.; riedizione a cura dell’Amministrazione Regionale Valdostana, 1960 ecc.; G. Buratti, Decolonizzare le Alpi , in AA. VV., Prospettive di vita nell’arco alpino , pp. 64-83 (La Dichiarazione di Chivasso è riportata alle pp. 81-83).
(17) R. Orioli, Venit ecc., p. 26 e capp. 5.4 e 5.5.

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