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Un percorso naturalistico può essere caratterizzato dalle peculiarità più disparate che a volte possono avere aspetti di rarità e anche di unicità, oppure da un insieme di particolarità sulle quali sievidenzia la più vistosa, la più interessante, o quella eccezionale. Così è anche per il Sentiero delle felci, un itinerario valsesiano di media valle, dove accanto alle varie componenti ambientali, vegetali e faunistiche, tutte di notevole interesse, spicca la presenza costante di numerose Pteridofite, piante che nel linguaggio comune sono sinonimo di felci, comprendono nel loro insieme oltre alle filicine vere e proprie, anche i licopodi, le salaginelle, gli equiseti e gli isoeti. Ma non è la quantità, non certo eccezionale e per di più irregolarmente distribuita, intesa come numero di individui prevalente sugli altri vegetali, che giustifica l’appellativo accordatogli.  Si incontrano di frequente anche altrove, sia sulle Alpi che sugli Appennini, consorzi di queste piante formati spesso da poche specie oppure da una sola, in un groviglio tale di individui da ostacolare e rendere difficoltoso il procedere, che a buona ragione potrebbe fregiarsi di questo appellativo. Il Sentiero delle felci valsesiano è invece caratterizzato da una estesa varietà di specie, sottospecie e ibridi, tale da oltrepassare una trentina di taxa, alcuni dei quali di notevole interesse per la loro rarità e bellezza, tanti per un percorso che si snoda per 5-6 km.La Località

Il Sentiero delle felci è un percorso quasi interamente boschivo.
Si trova in Val Sermenza, solco vallivo percorso dal torrente omonimo, affluente di sinistra del fuime Sesia, nel comune piemontese di Boccioleto, in provincia di Vercelli, distante 14 km. da Varallo, capoluogo della Valsesia. Si snoda interamente sulla sponda idrografica destra del torrente suddetto, con partenza da Boccioleto m 667 e arrivo a Fervento in m 798, sua frazione più distante, dopo aver attraversato altre due piccole frazioni quasi disabitate: Casetti e Palancato e alcuni alpeggi semiabbandonati e abbandonati da molto tempo, con pascoli scomparsi, assorbiti dalla boscalia, in un saliscendi che nel punto più elevato tocca 1267 m, percorrendo i fianchi settentrionali della costiera montuosa dividente la valle principale da quella secondaria con inizio da Cima Selvetto m 1186, prosecuzione col Pizzo o Punta della Terruggia m 1467 e termine al Pizzetto m 1571. Indi, attraversata la stretta gola finale della Val Chiappa, ancora il fianco nord-orientale delle Piane Grandi di Fervento, superando i numerosi avvallamenti che incidono la dorsale acclive e in parte dirupata. Come è inutile, l’esposizione è inizialmente a settentrione e nella parte terminale a oriente, con un notevole ombreggiamento soprattutto nelle stagioni di inizio e fine anno.

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L’itinerario si può percorrere anche in senso inverso a quello descritto, partendo da Fervento. In tal caso le indicazioni di destra e sinistra, salita e discesa, vanno interpretate nel modo opposto a quello descritto Alpe Cuna in Cima Selvetto.  Entrambe le località di partenza e arrivo del percorso sono dotate di alberghi e ristoranti e sono collegate con Varallo con autobus di linea. Il <<Sentiero delle felci>> è percorribile in ogni periodo dell’anno, salvo che nei periodi invernali con forte innevamento. Per osservare le felci nel loro rigoglio, il periodo migliore va da giugno a settembre, ma bello è anche il percorso fatto in primavera con una stupenda fioritura delle specie di sottobosco, dal mughetto all’anemone fegatella, dalla primula alla dentaria, ecc.., per finire alla esuberante fioritura degli arbusti e degli alberi. Nell’autunno è l’esplosione dei colori che preludono al letargo delle piante e le macchie scarlatte dei frutti dei sorbi e delle rose di macchia a farlo apprezzare.

Le Pteridofite

All’apice della scala evolutiva del mondo vegetale troviamo le Cormofite, includenti: Angiosperme, Gimnosperme e Pteridofite, nonostante quest’ultime, propagandosi per spore, non abbiamo una riproduzione con nozze evidenti come nei gruppi vicini. Tuttavia la loro struttura fisica è completa e del tutto ad esse somigliante, con radici, fusti e foglie con la presenza dei vasi conduttori della linfa. Le Pteridofite e tra esse la Classe Filicopsida (le Felci), hanno in comune con le Briofite (epatiche, sfagni e muschi), l’alternanza delle generazioni. Anche la struttura dell’organo femminile è simile, e per entrambe le divisioni, prende il nome di archegonio. In passato, Pteridofite e Briofite erano riunite in un unico gruppo denominato Archegoniate. La successiva separazione è giustificata dal fatto che le Pteridofite sono piante fornite di un vero e proprio sistema vascolare mentre le Briofite sono piante cellulari. Inoltre nelle Pteridofite, contrariamente a quanto avviene nelle Briofite, lo sporofito prevale in dimensioni sul gametofito. Le Pteridofite rappresentano quindi il ponte di passaggio tra le così dette piante inferiori e le più evolute Spermatofite, cioè le piante munite di fiori con la riproduzione effettuata mediante semi. Le Felci indigene sono tutte erbacee. Oltre alla citata classe Filicopsida, le Pteridofite ne annoverano altre due: Lycopsida, con tre ordini (Licopodi, Selaginelle ed Isoeti) e Sphenopsida con un ordine (Equiseti), che vivono nelle nostre regioni. Un’altra classe: Psilotopsida (Psilotali), comprende specie che vivono nei paesi tropicali e subtropicali. Un gran numero di specie estinte sono state poi raggruppate in altre due classi: le Noeggeratiopside, proprie del Carbonifero e le Psilofitopside (Psilofitali), comprendente le felci primordiali, le prime piante vascolari apparse sulla terra, vissute nel Devoniano e nel Siluriano, circa 300-400 milioni di anni fa.

Ciclo Biologico

Le piante adulte e sviluppate in genere producono le spore sulla pagina inferiore delle fronte. Vi sono fronde fertili dette sporofilli e fronde sterili dette nomofilli o trofofilli; in diverse specie, l’aspetto di entrambe le suddette fronde si assomiglia, in altre invece differisce fino ad assumere nelle fronde fertili, l’aspetto di una inflorescenza delle Spermatofite (es. Osmunda). Le spore sono contenute in organi detti sporangi, che a volte sono riuniti in gruppi prendendo il nome di sori. Questi ultimi possono essere nudi o rivestiti da una piccola membrana protettiva, l’indusio, oppure essere localizzati sotto il margine revoluto della foglia che ha le stesse funzioni protettive. Le spore sono inoltre rivestite da una doppia membrana: l’esterna è chiamata esosporio o esina, l’interna endosporio o endina. L’esosporio è talvolta rivestito da un’altra membrana chiamata perisporio. A maturazione avvenuta, le spore escono dallo sporangio che si apre in due valve, o si fessura e, cadendo nel terreno, in presenza di umidità, essenziale per il loro sviluppo, formano il così detto protallo, le cui dimensioni variano da alcuni mm fino a pochi cm di diametro. Sovente e cuoriforme; talvolta è anche filiforme o a forma di minuscolo tubero. Nel protallo sono presenti i rizoidi, cellule tubolari che lo tengono fissato al terreno e che esercitano le funzioni di radici. In esso ben presto si formano gli organi sessuali, chiamati anteridi i maschili e archegoni i femminili, contenenti gli spermatozoidi o anterozoidi i primi e l’oosfera o ovocellula i secondi. I protalli possono essere anche dioici, cioè portare solo organi maschili o solo organi femminili. La presenza di umidità, sotto forma di un sottile velo d’acqua è essenziale per facilitare lo spostamento degli anterozoidi verso l’oosfera e fecondarla. A fecondazione avvenuta, si ha lo sviluppo dell’embrione, del tutto simile a quello delle spermatofite, in cui, figurano gli stadi iniziali del fusto, delle foglie e delle radici. Dopodichè il protallo muore e si origina la vera pianta. La prima generazione è quindi quella che interviene all’atto della germinazione della spora, originante il protallo e la successiva formazione degli organi sessuali: anteridi ed archegonio. Si ha in seguito la fecondazione dell’oosfera da parte degli anterozoidi. Questa generazione che si identifica con il protallo, generalmente è di breve durata. La seconda generazione inizia a fecondazione avvenuta e porta alla fecondazione e allo sviluppo dello sporofito con la conseguente morte del protallo. Segue subito lo sviluppo della vera pianta che ha forme del tutto simili a quelle delle piante superiori.

Itinerario

Il Sentiero delle Felci

LOCALITA’ DI PARTENZA: Boccioleto (667 m)

LOCALITA’ DI ARRIVO: Fervento (798 m)

DISLIVELLO: 600 m

TEMPO DI SALITA: 2 h

CARTOGRAFIA: IGC n° 10 Scala 1 : 50.000 Monterosa, Alagna e Macugnaga

PERIODO CONSIGLIATO: giugno – ottobre

Mappa del percorso

Dal centro di Boccioleto, attraverso una gradinata, si scende verso il ponte sul torrente Cavaione e poco prima, sulla destra, si imbocca il sentiero n° 372 che conduce all’alpe Cavurgo Superiore. Portatisi sulla sponda del Sermenza, si passa dall’altro lato su un ponte in ferro, indi si inizia a salire. Al primo bivio si prende a destra raggiungendo il prato della Pianella. Lo si attraversa piegando a destra ed entrando nel bosco nei pressi di un piccolo rivolo. Slanciati alberi di abete rosso, rovere, castagno, acero montano, ontano bianco e tiglio (la specie arborea più diffusa) ci sovrastano e ci accompagnano lungo il cammino. Si entra in un valloncello e ignorando un bivio a sinistra, si raggiunge il Rio della Dieta che corre incassato tra alte e scoscese sponde ricoperte fittamente da muschi ed epatiche. Trascurando ancora un altro sentiero a sinistra, si passa il ruscello su un ponte in cemento uscendo sui prati, in parte invasi da arbusti per l’abbandono dell’attività agricola e preludenti alla piccola e ridente frazioncina di Casetti m 717.
In lieve salita la si raggiunge, passando nel mezzo di alcune case rurali “a ghiaccio”, caratteristiche della zona, portandosi nei pressi della linda chiesetta situata nella parte bassa dell’abitato (ore 0,20). Trattandosi di un percorso dedicato alle felci è d’obbligo soffermarsi più diffusamente su queste piante, puntualizzando i punti ove ogni singola specie è più facilmente osservabile. Poche hanno un nome volgare, dovrò giocoforza nella descrizione riferirmi al loro nome scientifico in latino che ai più riuscirà di difficile lettura. Questa prima parte del percorso è caratterizzata dalla presenza delle seguenti specie di pteridofite: Asplenium trichomanes ssp. trichomanes, Asplenium trichomanes ssp. quadrivalens (Erba rugginina o Falso Capelvenere) e Polypodium vulgare (Felce Dolce o Falsa Liquirizia), abbondanti sulle spallette del ponte sul Sermenza. Più avanti si incontrano Dryopteris filix-mas (Felce maschia), Athyrium filix-femina (Felce femmina), Cystopteris fragilis. All’ingresso del bosco, nei pressi di una pozza d’acqua, si notano esemplari di Equisetum arvense (Coda cavallina); all’interno, oltre alle già citate Felce maschia e Felce femmina, Dryopteris affinis ssp. borreri, Dryopteris affinis ssp. cambrensis, Dryopteris expansa, Oreopteris limbosperma e Phegopteris connectilis. Presso il ponticello del Rio della Dieta vale la pena di scendere nel greto e, destreggiandosi tra i massi, risalirlo per breve tratto. Sui versanti erti e scoscesi si possono osservare: Asplenium viride e, soprattutto Polystichum aculeatum (Felce maschia minore), Polysticum braunii, e assai interessante, l’ibrido sterile tra i due, Polistichum x lurssenii. Nel prato umido e torboso sottostante Casetti, a destra del sentiero, è visibile una bella colonia di Equisetum sylvaticum, il più bello ed elegante degli equiseti della nostra flora, con fusti piumosi e leggeri , mescolato a Falce femmina. Sui muretti a secco a monte felci5.jpg (10372 byte)del sentiero che precedono le prime case di Casetti ancora Erba rugginina a Cystopteris fragilis. Dalla chiesetta di Casetti si prende ora in discesa la mulattiera che conduce al capoluogo. Con alcuni zig-zag accosta alla sinistra una bella pecceta artificiale (proveniente da piantagione), con abeti rossi di notevole mole e altezza, mentre in basso si vede scorrere il torrente Sermenza. Giunti all’ultimo tornante la si abbandona procedendo sul sentiero che prosegue diritto fiancheggiando sempre la pecceta. Al di là del torrente si possono intravedere i ruderi della <<Fabbrica>>, un insolito opificio che produceva chiodi, attiva in periodo prebellico.

Si entra nella forra del Rio della Pissa con bella cascatella in periodi di piovosità e, guadatolo, si prosegue nel bosco per rientrare subito in un vallone più ampio e profondo: quello del Rio della Cuna. E’ curioso notare qui alcuni alberi annosi e contorti di Robina pseudoacacia, assolutamente in un ambiente a loro non confacente. Su uno di essi, vivono come epifite, alcune felci della specie Polypodium vulgare (falsa liquirizia). Si guada questo nuovo corso d’acqua rientrando subito nel bosco, dapprima di conifere (prevalenza di abete rosso, chiaramente di origine artificiale per la presenza di precisi confini) e poi latifoglie, con le medesime essenze incontrate in precedenza ma con evidente predominio di tiglio.
Si sale gradatamente prendendo quota incontrando alcune baite sommerse dalla vegetazione arborea, ormai abbandonate al loro destinto, sbucando sull’Alpe Cuna in Cima m 785, questa ancora frequentata, con bella visione panoramica su Boccioleto, Rossa e numerose loro frazioni. Di fronte, sulla sponda opposta, si innalza il monolito detto “Torre delle Giavine”, vinto alpinisticamente solo sessant’anni fa da Negri e Castiglioni, ora conosciuta e frequentata palestra di roccia. Una traversata dapprima pianeggiante e poi in discesa sul pendio boscoso, scosceso e ripido della montagna, ci conduce alla cascina di Otra di Piaggiogna e immediatamente all’imbocco della più ampia Val Chiappa. 

In questo punto il torrente omonimo ha inciso profondamente la roccia prima di sfociare nel Sermenza. Su stretto ponte in ferro e cemento si raggiunge la mulattiera posta sul versante idrografico sinistro, conducente alla frazione Piana all’interno della Val Chiappa. Si svolta a destra e si affianca quello che rimane di un altro vecchio opificio mosso dalle acque del torrente, giungendo al bel ponte in pietra sul Sermenza che non si attraverserà. Da esso ci appare in alto, sull’altro versante, la frazione di Piaggiogna con le case adagiata lungo il ripido prndìo. Alle nostre spalle invece, sopra la rupe non visibile, si trova Palancato, l’ultimo nucleo rurale che incontreremo prima di concludere il nostro itinerario a Fervento. Da Casetti a qui, ove ora ci troviamo, abbiamo impiegato circa un’ora di cammino.

La discesa da Casetti ci porta a fare la conoscenza con tre specie interessanti visibili ai lati della mulattiera: Blechnum spicant, Matteuccia struthiopteris, (Felce penna di struzzo) e Dryopteris remota. Le prime due hanno fronde morfologicamente diverse sulla stessa pianta, le centrali (fertili), sono più strette, più lunghe nella prima, più corte nella seconda, portano gli organi della riproduzione: sori e spore; le laterali invece, circondanti le fertili sono più larghe e mancano degli organi sopraddetti. La terza, Dryopteris remota è la specie più rara in senso assoluto in Italia, rinvenuta a tutt’oggi, solo in Valsesia e in un’altra località del Varesotto. felci4.jpg (15969 byte)

La Valsesia la annovera, oltre che qui in Val Sermenza, anche nella valle principale e in quella tributaria del torrente Mastallone.

Si può notare in un piccolo gruppetto di cespi sotto e sopra la mulattiera, appena passato il primo ruscelletto che si incontra. Poi ancora, a monte della mulattiera e all’interno della pecceta, si notano abbondanti alcune specie della famiglia aspidiacee: Gymnocarpion dryopteris, Dryopteris carthusiana, Dryopteris expansa, Dryopteris dilatata e l’ibrido tra quest’ultime due Dryopteris x ambrosae, oltre a molte di quelle citate nella prima parte del percorso. In fondo alla discesa appare anche la Falce aquilina (Pteridium aquilinum), specie cosmopolita e infestante, presente ovunque, ma in questo luogo abbastanza limitata di numero e anche come superficie occupata. Poi ancora: Oreopteris limbosperma (simile alla Felce maschia ma distinguibile senza ombra di dubbio per la disposizione di sori lungo il margine dei lobi), Phegopteris connectilis e Felce femmina. All’interno della forra del Rio della Pissa, anch’essa grondante acqua da ognidove, sono i muschi e le epatiche a farla da padroni, tutto tapezzato con una crescita rigogliosa. Su tutti, appariscente e simile alle felci si nota Thuidium tamariscinum. Tra le epatiche e i muschi, con un po’ di attenzione, si può notare una piccola pteridofita appiattita contro il terreno e la roccia: Selaginella helvetica. Anche la forra del Rio della Cuna, più ampia, si presenta con le stesse caratteristiche e la vegetazione è molto rigogliosa. Rientrando nel bosco, che precede e che segue l’alpe Cuna in Cima, ritroviamo le stesse specie citate per la prima parte del percorso, poichè l’ambiente è il medesimo, con l’aggiunta però di una piccola colonia di Osmunda regalis, specie protetta, nel ruscelletto situato dopo le baite nel bosco, prima di raggiungere l’alpeggio.

Nell’altra Alpe, Otra di Piaggiogna che precede l’ingresso alla Val Chiappa, colonie di Polypodium vulgare (Felce dolce), pendono dalle rocce che l’attorniano. Ai lati del ponte che scavalca il torrente Chiappa si possono notare ancora Polysticum aculeatum e Felce maschia. Varrebbe la pena di risalire, anche di poco la Val Chiappa, anch’essa ricchissima di felci, in particolare della bella Matteuccia struthiopteris ma il nostro itinerario prende direzione opposta. Il breve tratto fino al ponte di Piaggiogna è caratterizzato da Athyriacee, Aspidiacee e Polypodiacee delle specie già descritte. Si riprende il cammino lungo l’itinerario contrassegnato col n° 377 conducente alla Bocchetta felci9.jpg (11489 byte)di Bià. La mulattiera è agevole e larga, ombreggiata da alti alberi. Il fitto sottobosco è composto da aglio orsino, gigaro, ortica, streptopo e asparago selvatico (Auruncus dioicus). Sulle pareti rocciose, alla nostra sinistra pendono primule irsute e sassifraghe (Saxifraga cuneifolia et rotundifolia). Superato un tornante si transita sotto la rupe che ospita le case di Palancato uscendo sui prati, purtroppo infestati da rovi e ortiche, sottostanti la chiesetta del villaggio. Questa è graziosa, con piacevoli affreschi sulla facciata; precede le case tutte di pregevole fattura, molte delle quali con dipinti a carattere religioso sui muri perimetrali. Attraversata la piazzetta con la fontana, si sale uscendo dal paese, circondati da altri prati che denotano l’incuria ed il graduale abbandono delle colture originali: veratri e felci li stanno invadendo. Rientrati nel bosco si prosegue trascurando tutte le deviazioni che si staccano alla nostra sinistra: portano a vari alpeggi sparsi sul fianco della montagna. Sia a destra, sia a sinistra, si incontrano alcune cappellette in successione a mo’ di Via Crucis, nude e spoglie di ogni affresco che pur in passato esisteva (lo denota in alcune la presenza di frammenti di intonaco colorato); ci sono anche delle baite abbandonate, semisepolte dalla vegetazione. A quota 1010 m circa la mulattiera diventa per breve tratto pianeggiante e al bosco di latifoglie si sostituisce l’abetaia quasi pura ad abete bianco (Abies alba).

Da qui si diparte sulla destra il sentiero che in discesa ci porterà a Fervento. Però prima vale la pena di salire ancora per circa mezz’ora fino al santuario della Madonna del Sasso (1267 m). felci8.jpg (10331 byte)
Dopo aver sorpassato l’alpe Fraghè m 1030 con un bell’affresco sulla facciata prospiciente la mulattiera (è interessante rilevare la consuetudine dei boccioletesi di ornare, oltre le abitazioni principali, anche quelle temporanee degli alpeggi con affreschi a carattere religioso, rinvenibili numerosi, seppure in stato di degrado per il quasi totale abbandono della pratica della monticazione), si sale con numerosi tornanti all’interno della bella abetaia, in un silenzio irreale, rotto dal canto degli uccelli e dal fruscio del loro volo da un albero all’altro. Superate le ultime cappellette appare infine il Santuario, posto sotto pareti precipiti. Questo luogo di fede venne edificato nel XIII secolo, in seguito alla apparizione della Madonna ad alcune pastorelle che colà pascolavano il gregge. Dapprima fu solo un’effige sulle pareti rocciose, poi venne costruito un modesto oratorio che per l’instabilità delle fondamenta crollò. Subito ne venne costruito un altro che subì la stessa sorte, poi un altro ancora, travolto nel 1901 da una valanga.
L’attuale chiesa è stata edificata nel 1907. Accanto vi sono altri edifici utilizzati in passato per ritiri spirituali. Dal piazzale antistante, sostenuto da un alto muro, si gode uno stupendo panorama sul fondovalle con in evidenza Boccioleto e Rossa. La grandiosità e la severità dell’ambiente incutono un senso di timore e di rispetto. Qui ci fermiamo: è il punto più elevato del nostro itinerario. Il proseguimento offrirebbe altre possibilità escursionistiche interessanti, compresa quella di raggiungere Fervento, la nostra meta, con un altro percorso, però più lungo ed impegnativo, allontanandoci dalle nostre intenzioni di premessa, percorso che tuttavia si potrà fare in altra occasione. Ritorneremo quindi sui nostri passi fin sotto l’Alpe Fraghè, a quota 1010 m, ove, svoltando a sinistra, ci immetteremo nel sentiero che zigzagando all’interno dell’abetaia ci porterà al felci10.jpg (14280 byte)fondovalle.

Percorse alcune centinaia di metri si incontra sulla destra un sentiero che proviene da Palancato e che si ignora. Proseguendo si attraversa un ruscello e si giunge all’Alpe
Orlungo m 934, anch’essa da lungo tempo abbandonata e riconquistata dal bosco. Deviando a sinistra si entra nell’angusto valloncello del Rio delle Fontane scendente dal Santuario. Lo si guada, avendo a monte una cascatella poi, sulla sponda opposta, si prosegue in un modesto saliscendi e quindi in piano. Attraversati alcuni macereti si raggiunge, a quota 889 m, a monte dei prati di Otra di Fervento, un’altra chiesetta solitaria nascosta tra gli alberi dedicata a S. Antonio con affreschi sulla facciata di pregevole fattura. Un ultimo tratto in discesa nel fitto e cupo bosco di abeti bianchi ci porta in riva Sermanza, che si valica su di un bel ponte ad arco e dopo alcune centinaia di metri siamo nel centro di Fervento, ove termina la nostra escursione. La parte iniziale della mulattiera per Palancato ha sul lato sinistro una parete rocciosa grondante acqua quasi in ogni stagione dell’anno, colonizzata oltre che da numerose fanerogame, in particolare da muschi, epatiche e licheni. Per le pteridofite notiamo: Felce femmina, Felce dolce, Cystopteris fragilis, Phegopteris connectilis, Dryopteris affinis ssp. borreri, Asplenium trichomanes ssp. trichomanes e alcuni cespi della rara Woodsia alpina. Ai lati della mulattiera ombreggiata da alberi di tiglio, acero montano, frassino, rovere, otano bianco, pioppo tremulo, castagno, betulla, salicone e ciliegio trovano l’ambiente ideale: Felce maschia, Dryopteris expansa, Dryopterisfelci11.jpg (10987 byte) dilatata, Dryopteris x ambrosae, Dryopteris carthusiana, Dryopteris affinis ssp. cambrensis, Dryopteris affinis ssp. borreri e Oreopteris limbosperma. A Palancato si possono osservare invece specie muricole e rupicole nei muretti e nelle fontane quali Cystopteris fragilis, Felce dolce, Asplenium trichomanes ssp. trichomanes, Asplenium trichomanes ssp. quadrivalens, Asplenium septentrionale. Usciti dal villaggio e nuovamente nel bosco ancora la già nominata specie della sottostante mulattiera di Palancato.

Dall’Alpe Fraghè al Santuario della Madonna del Sasso, all’ombra di abeti bianchi diritti come colonne sono le Dryopteridacee e le Athyriacee le specie più diffuse con forte presenza di Dryopteris dilatata e Felce femmina. Sulle rocce delle pareti che attorniano il Santuario notiamo: Asplenium trichomanes ssp. trichomanes, Asplenium ruta-muraria, Asplenium septentrionale, frammiste alla primulacea Androsace vandellii dai nivei cuscinetti pelosi. Nuovamente all’Alpe Fraghè all’interno dell’abetaia ricca di specie della famiglia delle Aspidiacee è ancora possibile l’incontro con la rara Dryopteris remota. Usciti dalla forra del Rio delle Fontane si incontrano specie più eliofile. Ricompaiono le Aspleniacee: Asplenium trichomanes ssp. trich., Asplenium adiantum-nigrum, Asplenium septentrionale. Nei macereti che precedono Otra di Fervento esplode una ricchissima vegetazione a Polypodium vulgare che colonizza coi muschi e i licheni il caos di macigni che la montagna si è scrollata di dosso. Tra essi si rinviene anche: Cryptogramma crispa, Dryopteris carthusiana, Polystichum lonchitis. Oltrepassata la chiesetta di S. Antonio la scura abetaia offre nuovamente ospitalità alla specie amanti dell’ombra, così ricompaiono specie del genere Dryopteris, Polystichum e Athyrium già menzionate. Siamo alla conclusione della nostra escursione: ancora pochi minuti tra pareti e poi rocce rotte, soventi grondanti acqua, ci accompagna una rigogliosa presenza di Dryopteris affinis nelle ssp. cambrensis e borreri, felce maschia e felce femmina ai lati della mulattiera mentre dalle rocce pendono le fronde dei Polypodium e delle Cystopteris.