La resistenza di Margherita da Trento (1305-1307) Corrado Mornese

Dalle fonti coeve
Molto poche e controverse sono le notizie circa Margherita da Trento († 1307), al punto che persino la sua identità è in forte dubbio. Ci troviamo dunque di fronte ad un caso storiografico molto particolare: la dimensione mitica della sua figura prevale decisamente su quella effettivamente storica. Di Margherita, indicata non da tutta la storiografia successiva come Margherita da Trento (diversi autori le conferiscono una cittadinanza diversa), si presume che fosse originaria di Arco, la qual cosa torna in alcuni verbali dei processi contro presunti seguaci dolciniani, celebrati nel 1332-33 a Trento. In questa zona Dolcino con alcuni fideles era giunto intorno al 1303, in fuga dall’inquisizione e proveniente dall’Emilia probabilmente attraverso l’altopiano di Asiago, e dunque trent’anni dopo l’inquisizione pensa esista ancora il problema di una severa ricognizione, a fini repressivi, su eventuali superstiti della secta Dulcini. Sempre in Trentino, una precedente tornata di processi contro presunti dolciniani si era avuta nel 1303-4, e proprio a questa lontana vicenda si riferisce Boninsegna di Odorico da Arco, interrogato ancora nel 1332, il quale ricorda che, in quanto fratello di Margherita, “punitus fuit graviter et condemnatus in ccc lib. et plus”. Raniero Orioli annota che Boninsegna, il 31 dicembre 1332, riferendosi ai dolciniani, dichiara di fronte all’inquisitore: “Molti li seguivano, tanto che sua sorella Margherita, per altro senza che egli ne fosse al corrente, fuggì insieme con loro con quattro ragazzi ed uomini del posto”, e “sentì dire più di vent’anni fa che sua sorella era stata catturata a Novara e con altri messa al rogo”. Dunque Margherita, conosciuto Dolcino in quel frangente, quando questi si sposta ancora dal Trentino verso le montagne di Valsesia, lascia la sua terra e lo segue: questo almeno è certo. La Historia fratris Dulcini heresiarche dell’anonimo cronista conosciuto come Anonimo Sincrono parla di Margherita in alcuni passi nella sua parte finale: “… l’eresiarca Dolcino fu preso vivo sui monti di Trivero insieme con Margherita di Trento sua compagna e Longino di Bergamo, della famiglia dei Cattanei da Fedo o da Sacco, che erano dopo Dolcino i personaggi di maggior spicco della setta”; e, riferendosi alla condanna e al rogo: “… Allora il Vescovo, convocati in gran numero prelati, religiosi, chierici e laici esperti in diritto, dopo aver deliberato, secondo la prassi e con avvedutezza, consegnò al braccio secolare Dolcino, Longino e Margherita di Trento e questa fu bruciata per prima su una colonna alta, posta sulla riva del Cervo e lì appositamente collocata perché fosse ben visibile a tutti. Fu arsa alla presenza e sotto gli occhi di Dolcino”; e infine: ” … Tuttavia nessuno di loro, neppure Margherita “la bella”, volle mai convertirsi, né pregato o per denaro o in qualunque altro modo, al Signore Gesù Cristo e alla vera fede cattolica. Ma così miserabili e pertinaci nella loro ostinazione e durezza di cuore morirono”. Nel De secta illorum qui se dicunt esse de ordine apostolorum, allegato da Bernard Gui alla sua Practica inquisitionis haereticae pravitatis (fondamentale manuale ad uso degli inquisitori dell'”eretica pravità”, Margherita viene definita “scellerata compagna di Dolcino ( di delitti e di follia), e l’aggettivo “malefica” utilizzato dall’inquisitore tolosano già fa presagire il nucleo di un’operante streghizzazione, che darà i suoi frutti avvelenati nella caccia alle streghe in particolare nei secoli XVI e XVII. Esponendo i contenuti della epistola ad fideles inviata da Dolcino nel dicembre 1303, Gui dice che Dolcino considerava Margherita “più di tutti a lui carissima (pre ceteris sibi dilectissimam)”, e descrivendo la loro esecuzione dice che “le membra di entrambi, insieme con quelle di altri loro complici, furono messe al rogo, come giustamente esigevano i loro delitti”. Accenna pure ad uno stato di gravidanza della donna al momento della cattura. Al proposito va però ricordato che le norme impedivano di porre al rogo donne incinte, è dunque presumibile che, se fosse davvero stata incinta al momento della cattura, nei circa tre mesi che intercorsero prima del rogo Margherita abortì, non sappiamo se spontaneamente o coattivamente: circostanza che aggiunge ulteriore drammaticità alla sua personale vicenda. Nella Lettera diretta alle regioni di Spagna contro i seguaci dell’eretico Dolcino che falsamente si dicono e professano apostoli di Cristo, il Gui reitera il giudizio su Margherita “compagna (di Dolcino( nel delitto e nell’errore”. Questo è in sostanza ciò che sappiamo dalle principali fonti coeve.

Dalle tradizioni successive
Benvenuto da Imola, nel suo Commento a Dante, Inferno XXVIII, afferma di Dolcino: “… Catturato insieme a sua moglie Margherita”, descritta come dotata di una “pulchritudinem immensam”. Ma Benvenuto scrive la sua opera una settantina d’anni dopo la morte di Dolcino e Margherita, è dunque già impossibile considerarlo come una fonte coeva. Qui Margherita è già diventata “moglie” di Dolcino. Con Benvenuto da Imola si inaugura così una tradizione più orientata al mito che alla storia, la quale avrà sviluppi fantasiosi i più mirabolanti, riferibili quasi in egual misura alle due storiografie fortemente ideologiche che per secoli si confronteranno, l’una tesa alla criminalizzazione e demonizzazione degli apostolici, l’altra all’opposto tesa all’idealizzazione positiva. Sul primo versante, un esempio ottocentesco, può bastare a segnare questo mito negativo. Il sacerdote Gerolamo D. Moglia così descrive l’incontro di Dolcino con Margherita in terra trentina: “Non andò molto che il laido uomo seppe che l’orfana Margherita era stata per la sua educazione collocata dai suoi parenti nel Monastero di S. Caterina di quella città. Allo scaltro impostore non ci volle altro e colle maligne sue arti seppe sì bene raggirarsi, che di lì a poco fu ammesso in quello stesso monastero nella qualità di spenditore. Il nuovo suo impiego gli porse il destro di avvicinarsi all’adocchiata preda: confabulò con essa alcuna volta e l’affascinante sua parola non tardò a produrre il suo effetto. Margherita dotata d’animo fiero, penetrante, risoluto e tenace era già sua”. Sul secondo versante, può bastare la seguente descrizione operata da Nino Belli e Giuseppe Ubertini in un piccolo libro edito in occasione del VI centenario del martirio di Dolcino e Margherita, nel 1907: “Ma non è più solo. L’accompagna una giovane donna, bella di corpo e bella d’animo, la gagliarda Margherita, sublime creazione di donna, appassionata e fedele come la Eloisa di Abelardo, grande nella sventura e nel martirio…”.  Il fascino di questi tòpoi leggendari ha ispirato anche una vasta produzione poetica e romanzesca sino ai nostri giorni. Monaca? La tradizione ci consegna dunque Margherita bella, indomabile, incorruttibile, “munga” cioè monaca. Il termine monaca, passato nella tradizione popolare, può riferirsi non tanto ad un effettivo status monacale della donna prima dell’incontro con l’eretico, quanto alla non-distinzione tra i montanari valsesiani del trecento tra un’identità religiosa – dall’inquisizione definita “eretica” – ed il concreto appartenere ad un ordine ufficialmente costituito. Per i montanari valsesiani che incontrano gli apostolici, essi possono essere stati considerati monaci o addirittura santi proprio a ragione della credibilità del messaggio e dello stile di vita. “Monaca” come parola popolare si contrappone dunque alla definizione “scellerata compagna di delitti e di follia” che si trova in Bernard Gui. Possiamo dire che la memoria popolare conserva un ricordo e giudizio positivo di Margherita, e oppositivo rispetto a quello dell’inquisizione e della cultura interpretativa che ne derivò.

La scelta e il triennio cruciale
Dunque, per restare fedeli alla storia, la vicenda conosciuta di Margherita da Trento è racchiusa in un periodo di tempo di soli tre anni. Incontra Dolcino, abbandona tutto per seguirlo, muore sul rogo senza abiurare la propria scelta-airésis. Una scelta affettiva, religiosa, etica anche di fronte al rogo. Qui sta l’umanità di una donna dalla personalità completa, che emerge dalle cronache insieme a molte altre donne “apostoliche”, circa un’ottantina, di estrazione sociale e culturale assai diversa tra loro, ricettatrici o fautrici interne o attigue al movimento sin dal suo sorgere con Gherardino Segalello intorno al 1260 nel parmense. Altre donne apostoliche prima di Margherita avevano conosciuto il rogo, sia a Parma che in Trentino. Altre donne apostoliche avevano incontrato i rigori dell’inquisizione, il carcere e la tortura. Però Margherita, forse proprio per la brevità drammatica del suo apparire e scomparire dal palcoscenico della storia, viene rivestita di quell’alone leggendario che solo a lei è riservato. Perché? Per essere stata amata da Dolcino, perfidus heresiarcha? Forse. Perché affronta il rogo senza l’abiura che l’avrebbe salvata? Forse. Perché in quanto “bella” avrebbe facilmente potuto scegliere altre strade da seguire, ben lontane dai dirupati sentieri della montagna in rivolta? Forse. Ma, insieme a questi motivi, Margherita diviene leggenda proprio in ragione della completezza del suo essere donna: non mistica o scienziata o polemista o “perfetta” nella sua fede. Solo donna, con tutta la sua femminilità. Semplicemente donna, che sceglie e porta sino in fondo la propria scelta. Proprio questa completezza, semplicità e disarmante linearità della sua persona è impensabile allo spiritus inquisitionis, incapace di catalogarla nelle sue categorie interpretative predefinite e autoreferenziali. Il femminile è impensabile per l’inquisizione, e piuttosto che la mulier opera già la malefica, cioè la strega.

Montagne
Nel caso di Margherita e del triennio che la vede protagonista, se ci riflettiamo bene incontriamo la sua figura soltanto in luoghi impervi di montagna. Margherita e la montagna: una donna e la montagna. Il nemico, al contrario: uomini, solo uomini della città. Donna e montagna che resistono contro un universo maschile e cittadino. Margherita aiuta, da questo punto di vista, a spiegare anche, almeno in parte, l’accoglienza e l’ospitalità che i montanari valsesiani riservano ai pochi dolciniani che giungono: gli eretici hanno con sé anche alcune donne, e la figura femminile è prioritaria e carismatica nella società arcaica di montagna, con la sua cultura sciamanica e la sua sapienza antica. Possiamo anche cercare d’immaginare la scena. Pochi uomini e donne laceri, mendicanti volontari, in fuga dall’antico nemico della stessa autonomia e libertà per la quale la gente di montagna aveva spesso combattuto, giungono fra le casupole del piccolo borgo rustico trecentesco di Campertogno, condotti qui da due uomini del posto, dolciniani essi stessi: Milano Sola e Federico Grampa. Sulla piccola piazza malamente lastricata di pietre sconnesse accorrono gli uomini del villaggio, dietro sono le donne vestite di nero, i volti rugosi, scabri, come scavati dalle intemperie, dal sole, dal freddo. Tutti magrissimi, segnati dalla fatica quotidiana e dalla cronica scarsità alimentare. Gli eretici chiedono rifugio. Parlano con gli uomini del villaggio, si aspettano aiuto e salvezza. Le donne del paese ascoltano in silenzio, più defilate. La loro vita è sempre fatta più di silenzio che di parole. Parole ne sanno poche, e quelle che sanno rispondono ad un lessico ancestrale, glossolalico, dialettale, difficilmente comprensibile per chi viene da fuori. Alla fine gli uomini del villaggio si rivolgono alle loro donne: li accogliamo o no? Scelta non facile, anche perché sfamare bocche in più potrebbe essere un azzardo rischioso. Forse non c’è stata neppure una risposta detta, solo un cenno del capo o uno sguardo. La risposta è sì. Le donne del villaggio alla fine prendono la decisione. Qui inizia la storia di una resistenza montanara ed ereticale che assurgerà ad epopea dai tratti apocalittici, oggetto di studio e di scontro ideologico per sette secoli a venire. Le donne del villaggio, prima di annuire, hanno guardato i nuovi venuti e le loro donne. Hanno guardato Margherita e le altre. Hanno visto boni homines e bonae mulieres. E poi hanno annuito. I nuovi venuti, allora, entrano esausti nelle casupole dai tronchi e dai muri a secco anneriti dal fumo, con il fuoco al centro della stanza, con pochi, scheletrici animali lì ad alimentare di calore la grama vita degli umani. Un pezzo di formaggio, un tozzo di pane raffermo che durava anche un anno, acqua e un po’ di calore, di riposo. E’ la salvezza, almeno momentanea, dal nemico. Una salvezza che in grande misura parla un linguaggio femminile.

Linguaggio e carisma femminile
Con Margherita, un cristianesimo che a sua volta parla un linguaggio anche femminile, che non riserva alla donna un ruolo subordinato, incontra una società ove la custodia della dimensione spirituale è riservata sostanzialmente alle donne. Questo incontro tra eresia e montagna è il vero pericolo avvertito dal sistema che nutre la sua cultura di spiritus inquisitionis, e dunque decide di utilizzare uno strumento già ampiamente sperimentato: la crociata contro il nemico interno, per troncare questo legame. “Carisma”: questa è la parola chiave per capire l’incontro tra dolcinianesimo, dolciniani e montagna, montanari. Non “eresia” o “ortodossia”: concetti troppo dotti, parole sconosciute alla fierezza indomabile degli umani delle alte quote. Carisma, che significa credibilità, autorevolezza, rispettabilità offerte e recepite gratuitamente, non in ragione del do ut des che, con il mercato in espansione, il potere, la soggezione, sale dalle città “politiche” verso le terre incolte e selvagge popolate dai miti e riti dell’arcaico che non vuole morire. Le terre alte sono “impolitiche” in quanto storicamente in opposizione alla polis e a tutto il suo sistema. Apollo, il fondatore di città, trova qui l’irriducibile Dioniso, con le sue Baccanti, la sua Sibilla, i suoi Fauni custodi del sogno. Trova la resistenza strutturale di tutto quel variegato popolo che foris stat e rifiuta di entrare non solo all’interno delle mura della città, ma anche all’interno delle sue logiche espansive. Margherita esprime il carisma femminile. E le donne del villaggio lo sanno, lo comprendono. “Com-prendere”: e com-prendono gli eretici, li prendono con sé. Perché sentono assonanze tra loro: poveri gli uni e gli altri, visti con ostilità dalla città gli uni e gli altri, comunitari gli uni e gli altri, irriducibili gli uni e gli altri al linguaggio dell’uno. Ma liberi gli uni e gli altri, gli uni in ragione di un cristianesimo della libertà o liberazione immanente e imminente – secondo l’escatologica teologia della storia di Dolcino -, gli altri in ragione della montagna che difende la propria antica identità e autonomia. Poco tempo passerà nella quiete, prima della battaglia. In questo frattempo Margherita segue le donne vestite di nero, nel bosco, al pascolo, alla cucina magica e alle cure sciamaniche per gli ammalati, fatte di sapienza e di erbe, di parole e invocazioni ad altri sconosciute. Impara, ascolta, racconta specie la sera intorno al fuoco. Come si può rescindere un legame umano e affettivo di questo genere, che si fonda sulla gratitudine per la salvezza raggiunta? Quando il nemico giungerà, uomini e donne della montagna prenderanno i loro arnesi da lavoro e da caccia e combatteranno, e con loro Dolcino, Margherita e gli altri “ereticati”. Il legame tra loro s’è fatto indistruttibile: è la fraternitas di chi resiste per sé e per un’idea di libertà.

Il prezzo dell’accoglienza
Il prezzo che sarà fatto pagare ai montanari per l’accoglienza riservata gli eretici è dei più pesanti: molti moriranno combattendo, anche donne, molti altri saranno costretti, e tra questi i soggetti femminili più deboli evidentemente, ad abbandonare la propria terra e a raggiungere terre lontane mendicando quivi una nuova, derelitta esistenza: “… Itaque in illa contrata fere per decem miliaria pauci vel nulli habitabant et remansit contrata illa derelicta et gentes illius contrate discurrebant per alienas patrias mendicando”. Non è difficile immaginare che proprio di donne si trattasse, in prevalenza, quelle più deboli, anziane o con figli piccoli per mano. Portano lontano dalla loro terra la propria disperazione, il cupo sentimento della distruzione, del lutto e della sconfitta, il ricordo del tempo perduto e dei luoghi natii dai quali mai prima si erano allontanate, e forse il sogno di una rivincita e di una vendetta. Communitas Dolciniani e montagna hanno un sistema di valori in comune che può essere sintetizzato nel concetto di “comunità carismatica”: quella apostolica, a cui la teologia della storia di Dolcino ha affidato un compito storico universale vissuto nell’ansia dell’imminenza, quella rustica originaria che racchiude lo spirito ancestrale della natura animata. Qui risiede la condizione storica dell’incontro possibile tra un cristianesimo anti-cattolico e la società arcaica delle alte quote. Fenomeno non nuovo nella storia, se si riflette per esempio sulla vicenda valdese, sulla vicenda catara tragicamente conclusasi a Montségur, su quella dei giovannali di Corsica, successiva di mezzo secolo alla vicenda dolciniana. Forse, più di altre analisi, può bastare a dimostrazione dell’analogia tra epilogo della vicenda catara ed epilogo della vicenda dolciniana, accostare le immagini del Monte Sicuro (figura 7) e del Monte Rubello (figura 8), le cui somiglianze morfologiche appaiono veramente impressionanti, entrambi teatro di tragiche sconfitte eretiche e conseguenti massacri, in battaglia (al Monte Rubello) o in rogo collettivo (a Montségur). Gli eretici (o meglio: ereticati) vengono progressivamente cacciati dalle città e spinti sulle montagne, ultime terre di rifugio, ultime terre di libertà. E qui, infine, sconfitti e trucidati. La comunità, dicevamo: ma può esistere una comunità concreta e “totale” nel suo spiritus libertatis senza o contro il femminile storico e spirituale? No, se per “totale” s’intende il rifiuto di qualsiasi dimensione legata al possesso. Può esistere un monastero, ma esso è già possesso, spazio conclusus, e in quanto tale elemento – secondo i dolciniani – non cristiano, cioè non fedele alla sequela Christi. Coloro che effettivamente interpretano e attuano nella loro concreta esistenza l’esempio di Gesù, rinunciano a tutto per la libertà, e pertanto diventano vagabundi, o meglio vagamundi, per incontrare il dio della libertà, il dio di Gesù non al di fuori o contro il mondo, ma sporcandosi le mani nei mali del mondo. Dalla convinzione che tutti sono uguali di fronte a dio deriva pertanto l’affermazione di uguaglianza tra maschile e femminile. Ecco il valore fondante del femminile nel dolcinianesimo, così distintivo rispetto ad altre forme di spiritualità cristiana medievale, valore fondante che la cultura e lo spiritus inquisitionis immediatamente ri-definisce come aberrazione morale, depravazione sessuale e persino reale presenza diabolica che trasforma questi cristiani in streghe e stregoni strumenti di Satana.

L’amore
Stando alle fonti coeve, si potrebbe addirittura dubitare che tra Dolcino e Margherita si fosse realizzato un incontro d’amore. Le fonti coeve non ce ne danno una prova sufficiente. Ma ammettendolo, questo sentimento e questo legame ci riporta, ancora una volta, alla dimensione pienamente umana di quella che è diventata un’epopea eroica ed apocalittica. L’amore tra un uomo e una donna è cosa normale, per gli apostolici, sin dall’epoca di Gherardino Segalello e della sua prova del nudus cum nuda. Un amore libero, sincero, che non rinnega la pienezza dell’eros e che tra uomo e donna instaura un vincolo spirituale, non contrattuale ove – sembra di capire nel pensiero “apostolico” – vi è un’aprioristica limitazione di libertà reciproca. Tra gli “errori” addebitati dal Gui a Dolcino vi sono i seguenti: “E’ lecito ad un uomo giacere nudo insieme ad una donna nuda nello stesso letto ed essere stimolato carnalmente finché cessi la tentazione: questo non è peccato. Giacere con una donna e non unirsi carnalmente con lei è cosa più grande che risuscitare un morto”. Non così nell’elaborazione etica, giuridica e soprattutto politica che emana dalla chiesa di Roma, che viene progressivamente a concepire la liceità dell’amore unicamente all’interno del vincolo della “famiglia cattolica” e della finalità della procreazione, e perciò tende a ribaltare proprio sui movimenti ereticali più portati alla castità l’accusa opposta, di devianze sessuali di vario genere. Basterà al proposito ricordare che uno dei princìpi elaborati dal Malleus maleficarum di Sprenger e Institor al volgere del Quattrocento, su cui si baserà la sistematica caccia alle streghe in Europa, è la definizione e la condanna dell'”amore eretico”, quello che si realizza fuori dal vincolo familiare e il cui scopo non è unicamente la procreazione. Opera diabolica, maleficium di streghe, l’amore liberamente inteso è un terribile pericolo sociale in quanto provoca disordine, e dunque agisce, in questo impulso o sentimento “disordinato”, il nuovo padrone del mondo, Satana in persona mediante gli esseri che con lui hanno stretto un patto di morte contro gli uomini, le streghe.

La memoria
Una piazza a Biella è, da pochi anni, dedicata a Margherita da Trento. Tutta la bibliografia sugli apostolici, di qualunque orientamento, ovviamente la ricorda. Non così la toponomastica di varie città e paesi, ove molte vie sono dedicate a Dolcino, non a lei. Soprattutto, è ricordato il suo coraggio di fronte al rogo, quando un universo tutto maschile vorrebbe imporle l’abiura che Margherita rifiuta. Viene cioè ricordata più per la sua morte che per la sua vita.
Noi, non per sentimentalismo ma per un atto di rispetto che possa corrispondere a un tentativo possibilmente onesto di pur parziale ricostruzione storica, riteniamo più giusto immaginarla – solo immaginarla, purtroppo – sulle verdi montagne di Valsesia, libera tra le foreste e i luoghi impervi che furono provvisorio rifugio suo e dei suoi compagni. Forse in quel breve periodo ha avuto anche qualche momento felice, con Dolcino, con gli apostolici con cui condivideva, senza conoscerlo, il destino finale. Forse, per un momento, ha corso sorridente con i capelli sciolti al vento del Monte Rosa, la “montagna madre” dai ghiacciai scintillanti.

Noi possiamo per un breve attimo immaginarla nel sole del mattino, come Euripide immagina le Baccanti:

Andate, andate Baccanti
orgoglio del Tmolo dai fiumi dorati,
cantate Diòniso al suono profondo dei timpani,
celebrate con inni di gioia il dio della gioia,
tra voci e clamori di Frigia,
quando il flauto sacro diffonde sonoro
sacre melodie e i canti accompagnano
le donne furiose sul monte,
sul monte.
Felice, come una puledra al pascolo con la madre,
con balzi veloci corre la Baccante.

E possiamo, immaginandola così, ricordare un antico proverbio di genti di montagna:
Finché esisteranno le Alpi
da qui scenderà un soffio di libertà.