L’ERETICO DOLCINO E LA RESISTENZA DELLA VALSESIA 1305-1307 Corrado Mornese

Considerazioni specifiche
Dolcino e la resistenza della Valsesia negli anni 1305-1307 rappresentano un caso storiografico molto particolare. Le ragioni di questa particolarità sono molteplici. Le fonti originali dell’epoca appartengono tutte alla cultura avversa agli “apostolici”: Salimbene de Adam per la fase iniziale del movimento, sotto la carismatica leadership di Gherardino Segalello; l’Anonimo Sincrono e Bernard Guy per le fasi successive; i verbali dei processi inquisitoriali contro gli apostolici nelle tornate emiliane prima, trentine poi. A proposito della vicenda valsesiana sono anche state “fabbricate” posteriormente fonti false, come i famosi “Statuti” della lega valsesiana antidolciniana, il “falsario” fu con ogni probabilità il Fassola, storico-avventuriero seicentesco, e quindi nel ‘700 i falsi “Statuti” furono rilanciati da padre Filippo da Rimella, al secolo Giovanni Reale. Ne resta persino una testimonianza materiale nella lapide tuttora visibile presso la chiesa matrice di Scopa. L’intento di questa operazione di falsificazione fu, nel Seicento, dimostrare che i valsesiani trecenteschi si erano costituiti in lega per combattere l’eretico invasore della loro terra, e questa versione fu costruita a tavolino al fine di impedire una “riscoperta” positiva di Dolcino che sarebbe stata favorita dalle ventate di giansenismo provenienti dalla Francia. La stessa intenzione è apertamente dichiarata dal Reale a fine Settecento, preoccupato che la ventata della rivoluzione francese potesse in Valsesia far “riscoprire” Dolcino con valenze positive. Una delle fonti fondamentali, la Historia fratris Dulcini heresiarche, del coevo anonimo autore conosciuto come Anonimo Sincrono, pur essendo autentica, reca in sé intenti deliberatamente falsificanti, ben al di là della normale lente deformante della cultura inquisitoriale e cattolica romana, con l’esaltazione del ruolo antidolciniano del vescovo di Vercelli Ranieri Avogadro, la sottolineatura dell’imprevedibilità dell’arrivo degli eretici in Valsesia, l’abnorme esagerazione del loro numero (secondo l’Anonimo Sincrono sarebbero stati addirittura 1.400!), la costante preoccupazione di posizionarli fuori e contro la popolazione locale, addirittura “sulla” Parete Calva il che è, per molte ragioni, semplicemente impossibile. Di più: la maggioranza degli storici anche contemporanei ha scritto della vicenda semplicemente non conoscendo i luoghi in cui essa si svolse; senza conoscere la geografia specifica, come si può scrivere di una storia specifica?
Di più ancora: hanno scritto senza conoscere il contesto socio-economico e culturale, e persino senza conoscere il contesto demografico. E’ mancata inoltre totalmente la cognizione della “nazione alpina”. Infine, l’analisi di molti storici anche contemporanei è stata viziata da una lettura convenzionale (direi sostanzialmente ancora di matrice inquisitoriale e cattolico-romana) del conflitto tra ortodossia ed eresia. Non si è stati capaci di uscire da questa sorta di gabbia acritica, per esempio utilizzando la rilettura complessiva della storia del cristianesimo operata da studiosi di straordinario valore come nel Novecento sono stati Piero Martinetti ed Ernesto Buonaiuti. 
I risultati di questa molteplice lente deformante sono stati in sintesi:
Segalello “idiota e stolto” (come lo definisce Salimbene de Adam), mentre in realtà fu un secondo Francesco d’Assisi, che ispira il suo agire al tema fondamentale della “sequela Christi”, e innova il senso complessivo dell’essere cristiani smitizzando e destrutturando tutta l’impalcatura “romana”, proprio come uno joculator Dei. E’ andato così perduto l’intero senso della proposta “apostolica”. Dolcino soldato di ventura e feroce bandito, mentre in realtà fu un grande intellettuale capace di elaborare una visione storico-teologica-profetica di notevole originalità in quanto sintesi delle grandi culture innovative del suo tempo: lo spiritualismo della libertà di matrice gioachiniana, il pauperismo evangelico di matrice autenticamente francescana (e valdese), il “ghibellinismo” della separazione tra potere temporale e potere spirituale (Dante). La Valsesia schierata compatta contro gli eretici qui giunti dal Trentino, mentre in realtà almeno l’alta Valgrande ospitò gli eretici e combatté con loro, essendo e sentendosi un mondo “altro” rispetto alle forze di pianura che avevano invaso il libro territorio di Valsesia, con un corpo di spedizione predisposto per catturare e annientare i pochi eretici fideles di Dolcino. La vicenda sarebbe dunque stata un fatto isolato, un episodio sporadico, mentre in realtà la resistenza della montagna che accoglie l’eresia e respinge l’ortodossia con il suo nuovo “sistema” (economico, giuridico, politico) è un fenomeno ampio e complesso che si esprime lungo molti secoli e in molti differenti areali in Europa. Al contrario: se focalizziamo l’attenzione sul triennio bellico 1305-1307 il problema di fondo è spiegare l’incontro armonico tra montagna ed eresia, o meglio tra montagna e cristianesimi autenticamente evangelici, a-cattolici e anti-cattolici. Anche un lavoro pur fondamentale come quello di Raniero Orioli, Venit perfidus heresiarcha. Il movimento apostolico-dolciniano 1260-1307, l’opera più organica, importante e qualificata sulla materia, su questo specifico aspetto cade in una contraddizione insanabile, nel momento in cui riconosce una resistenza difensiva degli eretici contro i crociati, ma in un contesto di indifferenza e addirittura ostilità da parte dei montanari del luogo. Ciò rappresenta un errore che inficia sostanzialmente il modello interpretativo, e che dunque impedisce una corretta spiegazione, logica e coerente, degli eventi. Come si possono spiegare circa tre anni di guerriglia e resistenza da parte degli eretici, se i montanari sono indifferenti e ostili? Fu una vicenda che colpì profondamente i contemporanei, ne fa fede proprio Dante che ne parla nell’Inferno, ma senza il diretto protagonismo della gente della montagna questa guerra di guerriglia rimane inspiegabile. Inoltre, va detto, gli storici riconoscono la lunghissima sequenza di resistenze anche armate della montagna prima e dopo l’avvento di Dolcino, ma negano proprio “questa” resistenza: possibile? E come non riflettere sul fatto che gli Apostolici non hanno mai combattuto prima, né nel parmense, né in Trentino, e che la logica della guerra è totalmente aliena e dal loro impianto culturale e teorico, e dalla loro pluridecennale prassi: vanno incontro alla repressione ed ai roghi, ma non combattono mai. Mai prima… Invece, storicamente i montanari, gente dura e avvezza alle resistenze, alle armi per la caccia, ad essere indomabile di fronte ai nuovi poteri che salgono dalla pianura, questi sì potevano immediatamente, alla bisogna, trasformarsi in guerrieri formidabili, per quanto rustici, o forse proprio in quanto rustici.
Dolcino nel 1304 giunge alle porte della Valsesia «cum quibusdam complicibus suis», ed è accolto bene a Gattinara e Serravalle. Siamo circa trent’anni dopo la conquista da parte della Valsesia della propria autonomia politica da Novara (Trattato di Gozzano, 1275). Anche qui giunge l’Inquisizione. Dolcino e i suoi si spostano, sempre in fuga, verso la parte alta della valle, a Campertogno ove godono di solidi appoggi, Milano Sola e Federico Grampa. Gli inquisitori bandiscono allora la crociata per catturarli ed annientarli. A questo punto la montagna insorge e dà vita alla resistenza. Le ragioni dell’incontro armonico dolciniani-montagna, dell’accoglienza che la montagna riserva agli eretici in fuga, vanno ricercate nella corrispondenza quasi perfetta tra impianto teorico dolciniano e struttura socioeconomica e politica delle piccole e isolate comunità locali montanare.

 

Tale corrispondenza può essere sinteticamente individuata nei seguenti valori in comune:
La società della montagna è organizzata in piccole comunità molto povere, ove la parte comune prevale nettamente sulla parte privata. Sono sistemi consortili e cooperativi radicati da secoli, ove lo spirito di fratellanza è fortissimo (bastano gli stessi nomi con cui vengono chiamate a evidenziare questo aspetto: in Valsesia, “vicinie”; sull’Appennino, “comunaglie”; sull’altopiano di Asiago, “fradelanze”). E la comunità povera è al centro della profezia escatologica dolciniana: l’éskaton è collettivo. La montagna non vuole cambiare, gelosamente arroccata com’è sulle proprie antiche consuetudines: uno dei capibanda dei rustici cinquecenteschi trentini sprona i suoi compagni urlando: «Sté saldi, de cumpagnia, che obtegniremo le nostre usanze vecchie!». Il cristianesimo dolciniano non chiede alla montagna di cambiare: la comunità povera è per Dolcino perfetta, o vicina alla perfezione, così com’è. La montagna ha continuato sempre ad odiare tutti gli obblighi feudali a cui era tenuta. Nel “programma” di Dolcino c’è il duplice rifiuto, sia delle decime che del giuramento, cardini del sistema feudale. La montagna non capisce il cristianesimo “romano”, tant’è vero che il cattolicesimo durerà molta fatica, ingenti investimenti e lunghi secoli a “cattolicizzare” la montagna. Il pensiero dolciniano è radicalmente anticattolico, al punto da prevedere l’abbattimento violento, di lì a poco tempo, della chiesa di Roma ad opera di un nuovo Federico II. La montagna vede un ruolo paritario, se non preminente, della donna. Come nella fraternitas apostolica, poiché se l’obbedienza è riservata unicamente a Dio e non agli uomini, ne consegue una totale parità tra gli uomini, e tra gli uomini e le donne. La montagna odia il diritto romano e la nuova legislazione che sale dalla pianura, e difende i residui di diritto germanico con il suo fondamentale egualitarismo. Così in Dolcino l’egualitarismo, le pari opportunità al cospetto di Dio, sono fondamenti per una chiesa “orizzontale”, per il sacerdozio universale, per la ripulsa ad ogni mediazione e gerarchia. In questo sistema di valori in comune, è la radice del duplice riconoscimento: della montagna verso i dolciniani, dei dolciniani verso la montagna. I poveri sanno riconoscere i poveri. Uno degli errori enumerati da Bernardo Guy e addebitati a Dolcino è il seguente: “Si può pregare Dio in una foresta o in una stalla come in una chiesa consacrata. Anzi meglio”. Questo “anzi meglio” che cos’è se non un solido ponte gettato da “un” cristianesimo verso il mondo rustico, verso la montagna che vive di foresta? Ecco un cristianesimo accessibile alla montagna, disponibile a contaminarsi con essa senza snaturarla, niente recinti per Dio e dunque apertura ai grandi spazi spirituali e culturali della montagna pagana e barbara. Dolcino porta questo sistema di valori in montagna. E la chiesa di Roma cosa porta? Anzitutto, la crociata, con le violenze presumibilmente connesse verso le persone ed i villaggi che hanno accolto gli eretici. E poi, quella che possiamo chiamare l’ideologia della pianurizzazione: un cristianesimo ancora profondamente feudale, aggressivo e invasivo, teso ad accompagnare il processo di “adeguamento” della montagna alle nuove logiche mercantili, la proprietà privata, la moneta, il diritto privato, insomma tutto quanto fa parte di una logica di “conversione coatta” della montagna a valori ad essa per secoli profondamente alieni. La crociata (di cristiani contro cristiani) è vista anche, almeno dalla parte più montana, arcaica della Valsesia, come l’invasione del libero comune di Valsesia da parte degli antichi nemici della sua autonomia, coalizzati tra loro. Forze potenti, contro le quali la Valsesia aveva lottato e combattuto a lungo per conquistarsi lo status di libro Comune.
Bandita dagli inquisitori, dunque presumibilmente con scarso seguito militare, questa spedizione compie un errore significativo: non prevede la resistenza dei montanari. Era stata pensata come adatta a debellare un esiguo gruppo di eretici inermi, si trova di fronte una popolazione di rudi e formidabili guerrieri di montagna, di gruppi di cacciatori che si trasformano immediatamente in combattenti di montagna. Abilissimi a tirare con l’arco per le pratiche (sempre collettive) della caccia alle grosse prede selvatiche, i montanari si oppongono, combattono, colpiscono, sono imprendibili. Ciò, probabilmente, spiega anche l’arruolamento tra le fila crociate di un contingente di balestrieri genovesi, adattissimi proprio a combattere contro arcieri rustici, una forza specializzata che certo non sarebbe stata utile per catturare pochi eretici mendicanti volontari. Pochi montanari armati di arco bastano invece, dal folto della foresta, a tenere in iscacco il nemico.
Dunque, la prima fase della crociata fallisce, proprio in quanto i ribelli riescono a devallare e a spostarsi sulle montagne biellesi, alle pendici del Monte Rubello. E’ questo sostanziale fallimento che l’Anonimo Sincrono cerca di mascherare, proprio ingigantendo a dismisura il numero dei nemici, parlando di 1.400 eretici in armi, agguerriti e spietati. Ma, oltre a ciò che più sopra sinteticamente si è detto, un’altra prova depone a smentire l’Anonimo Sincrono: è la prova demografica. In Valgrande a quell’epoca (1300) si può parlare di una popolazione all’incirca di 500 persone, distribuite in una decina di villaggi di una cinquantina di persone, mediamente, per cui è “matematicamente” impossibile il sostentamento di lungo periodo di un’entità compatta così ragguardevole, stanziatasi in un unico luogo (senza parlare del fatto che la Parete Calva è un luogo impossibile a questo scopo). Si tratta dunque di alcune decine, forse poche centinaia di montanari in armi, tra i quali i dolciniani trovano momentaneo scampo. Come dimenticare, poi, allo stesso riguardo, quanto proprio Bernard Guy riferisce? Nella sua Practica si legge infatti: «E gli inquisitori più volte mossero l’esercito contro costi, ma non poterono avere la meglio dato il numero di seguaci, credenti, ricettatori, fautori e difensori sempre più moltiplicatosi in terra lombarda». Questo giudizio dimostra come il Guy accolga in sostanza l’idea che l’eretico fu protetto e difeso dalle popolazioni locali, esse stesse protagoniste della resistenza. Dunque, se Dolcino può aver portato motivazioni superiori, teologiche, religiose, profetiche e persino politiche, deve parlarsi non di una resistenza “ereticale”, bensì principalmente di una resistenza “montanara”. Ulteriore prova di ciò, sta ancora nella seconda fase della crociata, o seconda crociata, bandita questa direttamente dal pontefice, e dunque presumibilmente capace di mobilitare forze ben maggiori rispetto alla prima, nel territorio biellese ove gli insorti si erano rifugiati, territorio privo di solidi appoggi locali per l’eretico, e subito fatto evacuare dal nuovo comando crociato. Mancando l’humus, trovando quasi subito un territorio svuotato, terra bruciata, e assediati senza scampo, gli insorti vanno incontro alla fine. Muore Dolcino. Nasce il mito. Un duplice mito: negativo per una parte culturale, positivo per l’altra. Per lunghi secoli questo duplice mito ha velato la storia, una storia nella quale si presenta una straordinaria concentrazione di fenomeni quali il conflitto tra ortodossia ed eresia, il conflitto tra pianura e montagna, la globalizzazione del sistema cittadino, la fine di un’epoca (quella delle grandi speranze di rinnovamento spirituale ed ecclesiastico) e l’inizio di un’epoca ancor più terribile, se vista dalla prospettiva del mondo rustico e della montagna, l’epoca della caccia alle streghe. Dolcino sale al rogo nel 1307, il processo alla prima “strega” in Italia è ad Orta nel 1340. Sconfitte le grandi culture di cui Dolcino fu sintesi (spiritualismo della libertà, pauperismo evangelico, separazione stato-chiesa), ciò che visto dalla città fu chiamato Rinascimento, visto dalla montagna e dal mondo rurale può essere considerato un’epoca tra le più buie della storia europea: i roghi di streghe e stregoni accompagneranno la colonizzazione della montagna. Più benevoli lumi, e molti secoli dopo, dovranno accendersi per riportare un po’ di ragione nella storia.
Considerazioni generali
L’eresiologia specificamente applicata allo studio dell’eresia medievale, è una disciplina relativamente “giovane”, e forse per questo in continua evoluzione. Così possiamo distinguere tre grandi fasi del suo sviluppo, ciascuna delle quali rappresenta un sostanziale progresso rispetto alle precedenti: l’eresia studiata dal punto di vista dell’ortodossia; l’eresia studiata dal punto di vista dell’eresia stessa; l’eresia studiata dal punto di vista del mondo arcaico.
Detto in altri termini, va definito un sistema nuovo di riferimenti che ci conduca non più soltanto dal medioevo cristiano al medioevo ereticale, ma finalmente ancora al medioevo pagano, barbaro e umile del mondo rustico e della montagna nel suo attivo ruolo di protagonista a fronte e dell’uno e dell’altro: che ci conduca al medioevo rurale. In un recente saggio, P. Cristofolini ha elaborato la seguente conclusione, così sintetizzabile: l’eresia precede l’ortodossia. Il primato teoretico e storico dell’eresia nei confronti dell’ortodossia consente di ripensare complessivamente la storia del rapporto-conflitto tra ortodossie ed eresie nel contesto dei più ampi processi storico-sociali coevi. Questa fondamentale innovazione ed acquisizione (metodologica ed insieme sostanziale) trova però il suo effettivo compimento se assume il mondo rurale arcaico, pagano e barbarico, come suo contesto di riferimento specifico. Ed è in questo ulteriore passaggio che Dolcino diviene essenziale da un punto di vista storico. Nel 1307, dopo circa tre anni di resistenza armata sulle montagne valsesiane e biellesi, Dolcino sale al rogo. Nel 1340 viene condannata ad Orta la prima strega di cui in Italia si abbia notizia. Su questa transizione occorre basare lo sviluppo delle analisi relativamente ai complessi nodi che intrecciano eresia e mondo rustico. Sconfitta nel sangue l’ultima grande eresia medievale, appare all’orizzonte dell’ortodossia trionfante una più profonda e cupa eresia: il paganesimo del mondo rustico e specialmente della montagna. Dalla crociata contro i “dolciniani” alla crociata, l’ultima crociata nelle intenzioni, contro il mondo pagano interno alla cristianità, ovvero la “caccia alle streghe”, questo è il processo che vede l’ortodossia protagonista. Dall’accoglienza del cristianesimo o dei cristianesimi evangelici, cioè semplici, alla resistenza contro l’ortodossia, questo è il processo che al contrario vede protagonista il mondo arcaico. Assumere il punto di vista del mondo arcaico consente anche, e forse soprattutto, di liberare il criterio interpretativo da residui di soggettività (il privilegiare comunque o l’ortodossia o l’eresia appare inevitabilmente come anche involontaria operazione soggettiva), consentendo di guardare alle ortodossie o alle eresie come puri e semplici “cristianesimi”, quali in effetti furono e le une e le altre se si prescinde dai rispettivi contenuti polemici, più o meno antagonistici dal punto di vista politico. Cristianesimi che si rivolgono al mondo arcaico con atteggiamenti, propensioni e potenzialità peculiari di accoglimento, assai diversi tra loro. In sostanza: dalla montagna si guarda ai cristianesimi senza preconcetti, si guarda ai cristianesimi da lontano, e ciò produce prospettive più eque di verità. Se questa impostazione ha un suo fondamento, ne consegue che l’eresia – o per lo meno l’eresia medievale – non può essere studiata unicamente dal punto di vista eresiologico, anzi richiama la necessità di un approccio armonicamente interdisciplinare, ove l’antropologia culturale ha una sua parte di rilievo, assieme ad altre discipline come la storia del diritto o la storia dell’economia politica. Solo questa interdisciplinarietà nell’approccio consente di capire i soggetti in campo – e specialmente il mondo arcaico montano nel suo rapportarsi con i cristianesimi che ad esso si pongono di fronte – ed il perché dell’accoglienza sostanziale e piuttosto rapida da parte di questo dei cristianesimi ereticati, a fronte di una sostanziale opposizione all’ortodossia. Consente di spiegare storicamente come mai nel mondo arcaico l’insediamento dei cristianesimi ereticati, semplici, evangelici, precede – ancora una volta precede! – l’insediamento dell’ortodossia. Consente di spiegare l’accanimento conseguente della crociata dell’ortodossia – in tutte le sue forme – contro questo primo e concorrenziale insediamento. Consente di ripensare il grande tema filosofico e metafisico dell’archè (il principio), riportandolo dal cielo alla terra. L’archè, recuperato dall’empireo delle “cause prime” al fluire storico dei sistemi interumani originari, è il mondo rustico arcaico, pagano e barbaro. Quali potenzialità hanno cristianesimi così diversi tra loro di insediarsi armonicamente dentro l’archè: questo appare il problema fondamentale, al quale attraverso Dolcino – inteso come “nodo” di transizione tra eresia e mondo rustico – gli studi eresiologici (dolciniani) degli ultimi vent’anni stanno dando risposte via via sempre più convincenti. Appare così all’orizzonte e viene scandagliato un tema di vasto respiro, illuminante su vari aspetti non secondari dello scenario: la sconfitta dell’eresia, e cosa significa questa sconfitta non per gli “eretici” ma per la montagna, per i montanari. Non per il ristretto gruppo di “dolciniani” (per loro sappiamo cosa significa: la morte), ma per il sistema complessivo della montagna, sistema economico, sociale, giuridico, culturale. Con la forza armata “crociata” che risale la valle per sconfiggere Dolcino, risale la valle un intero sistema, quello della pianura, che “pianurizza” la montagna, o pone le basi per questa lunga, faticosa, mai rettilinea trasformazione. La teologia di cui si nutre il cristianesimo dell’ortodossia come corrisponde a questo più vasto processo di inglobamento, colonizzazione, trasformazione e inculturazione?
Un fondamentale ripensamento anche su questo versante si apre, recuperando e facendo tesoro del magistero di un Piero Martinetti in ambito laico, o di un Ernesto Buonaiuti in ambito più religioso, allorquando quest’ultimo afferma un concetto come il seguente: «Una apologetica religiosa che fa appello a forze razionali per costituirsi e tenersi su basi presunte incrollabili, è condannata a fare appello e a fare ricorso alle repressioni feroci. Solo l’apologetica religiosa che vive di spirito e di carismi è automaticamente e senza violenze conquistatrice. L’Inquisizione è nata nella Chiesa cattolica quando la Chiesa ha creduto di poter dimostrare apoditticamente l’esistenza di Dio e la ragionevolezza del mistero! Mistero dei misteri della umana psicologia associata! Una fede che è veramente tale, che vive cioè delle proprie risorse e del proprio prestigio, senza aver bisogno di ricorrere alle grucce della ragione per sostenersi, ha, nella sua forza, la sua violenza, la santa violenza. Domina per virtù propria, piega e fiacca col suo peso e il suo fascino irresistibili. La ragione è completamente impotente di fronte ad essa. Ma quando la fede cessa di esser fede e dubita di se stessa e chiede alla ragione il soccorso per vincere i propri dubbi, la fede è spacciata, perché la ragione, che a volte è la manutengola di Satana, venderà caro il suo soccorso, e dopo aver prestato ipocritamente alla fede la sua man forte, prenderà beffardamente la sua rivincita e caccerà la fede, intronizzandosi al suo posto. E allora la fede non potrà difendersi in altro modo, da quella di cui avrebbe voluto fare la sua cooperatrice e che diviene fatalmente la sua rivale, che con i cavalletti e le torture dei processi inquisitoriali. Aveva chiamato Aristotele al proprio soccorso la fede traballante del medioevo cadente. E la dialettica aristotelica la cacciava di seggio». L’ortodossia viene così sottoposta ad un vaglio critico dall’interno, per così dire, del sistema cristiano stesso. Ed una volta sconfitti gli “eretici”, una volta ritornate alle proprie case le povere donne sfollate in paesi lontani, una volta spentosi il rogo dell’eretico, cosa resta lassù, a Campertogno e dintorni? Ecco la grande tematica della terza fase, dell’eresia studiata dal punto di vista del mondo arcaico. Il che vale anche per il catarismo e per il valdismo nelle bioregioni montane o pre-montane del loro insediamento originario. Al di là, dietro e dopo le resistenze (anche armate, ma non solo armate) sconfitte, quali altre forme di resistenza si presentano? Come va ridefinito il concetto stesso di resistenza? E i sincretismi culturali che vanno strutturandosi magmaticamente con la pianurizzazione, dentro i quali sopravvive un “quid” sostanziale di cultura arcaica, come vanno interpretati dal punto di vista e della “persistenza” e della “resistenza”? Non solo. La consistenza dottrinaria dell’eresia medievale, da pur autorevoli eresiologi definita “modestissima”, e dunque l’impianto semplificante dei cristianesimi ereticati, ovvero ancora la simplicitas che apre i confini del cielo cristiano a tutti i laici in una dimensione vagheggiata e perseguita dai tratti quasi esclusivamente esistenziali ed etici, acquista così nuova luce: non è una mancanza, una sorta di irrimediabile diminutio al cospetto della potente ricchezza teorica e dogmatica dell’ortodossia nelle sue teologie metafisiche, ma al contrario e addirittura un “plus” fondamentale che propone superiori potenzialità all’incontro tra “un” cristianesimo e “il” mondo arcaico. Mentre l’ortodossia, per imporsi in quei contesti, avrà bisogno di secoli e secoli di pressione multiforme e di anche brutali repressioni. La strega endogena, silenziosa e notturna che spontaneamente sorge e si riproduce nonostante le torture e i roghi, anzi proprio per questi, che cos’è se non il modo estremo di resistere, ancora una volta resistere, di un mondo intero, arcaico, pagano e barbaro, di fronte all’ortodossia e all’ortoprassi che ne consegue? E la demonizzazione e streghizzazione di Dolcino, di Margherita e degli Apostolici loro compagni che cos’è se non la base o una delle basi teoriche per l’estensione onnicomprensiva del “target” del nemico interno da colpire e distruggere?
Sconfitta l’ultima grande eresia medievale, cioè Dolcino, l’ortodossia incontra l’archè, il vero comun denominatore che unisce eretico, strega, ribelle contadino, bandito sociale, profeta e utopista. Ciascuna di queste figure nel proprio ambito teoretico e comportamentale compendia un modello arcaico da ripristinare, da proiettare contro il futuro che si sta prospettando ad opera dei vincitori. Un modello arcaico come orizzonte futuro di libertà. Il ritorno allo status quo ante diviene formidabile spinta dialettica di opposizione e resistenza, che si manifesta in molti modi diversi a seconda dei soggetti e delle circostanze. E questo configura un ben più vasto e articolato processo, ad un tempo storico e diacronico, rispetto al conflitto città-campagna tradizionalmente individuato dai marxismi: si tratta del conflitto pianura-montagna ben più sottile da cogliere e specificare. «Cristiani senza chiesa» sono stati opportunamente definiti gli eretici. Sì, ma nel medioevo con seguito popolare anche assai rilevante, mentre gli straordinari «eretici italiani del Cinquecento» sono cristiani e senza chiesa e senza popolo, figure drammaticamente solitarie: l’ortodossia aveva già ottenuto questo grande successo, l’isolamento dell’oppositore. La montagna aveva perduto le “sue” eresie (ovvero i cristianesimi accolti, fatti “suoi”), restavano soltanto figure altrettanto isolate, come le streghe, facili da distruggere con pochi mezzi e uomini, streghe le quali però, nonostante la repressione, risorgono continuamente. E nel frattempo veniva faticosamente portata a compimento la dissoluzione delle antiche forze vitali del mondo arcaico: la cultura (tempo e spazio, miti e riti della natura madre, sapienze arcaiche), il comunitarismo (diritto germanico e suoi residui cooperativistici), l’economia (la moneta al posto del baratto), e cioè l’intero sistema spirituale, morale e sociale dell’archè. Ed il territorio montano popolato di nuovi “valori” e di nuovi “simboli”, quelli della pianura, per lungo tempo estranei, incomprensibili, nemici. La terra dei montanari, la montagna, diviene per i montanari stessi superstiti alla sconfitta delle eresie, una terra dominata da stranieri o da valori e norme straniere, una terra straniera. E il montanaro deve nascondere e dissimulare il proprio universo spirituale, pena l’accusa di eresia e stregoneria, e rifugiarsi – come strega – nella notte consolatrice o – come bandito – nella foresta protettrice. Il sole dei vincitori abbaglia, disorienta, brucia. Questi processi di deprivazione accanto alla conquista/colonizzazione come vanno valutati e scandagliati? E’ ancora possibile isolare concettualmente l’eresia in un ambito eminentemente teorico? Ortodossia/pianura, eresia/montagna. Sui nessi tra questi due binomi la nuova fase degli studi eresiologici ha aperto linee altre di ricerca. E qui sta il campo di studi anche del futuro, posto che le fonti a disposizione hanno detto ormai tutto quanto potevano dire. Anzi hanno detto più ancora, nel momento in cui sono state anche opportunamente demistificate, operazione questa quanto mai opportuna specie in riferimento al dolcinianesimo, ove le fonti sono tutte di matrice culturalmente inquisitoriale. Riflettendo sulla storia delle storiografia eresiologica inerente Dolcino, proprio l’archè è quasi completamente mancata all’attenzione anche degli storici più qualificati, il che ha reso Dolcino un problema spinosissimo e irrisolto per lunghi secoli. E proprio le fonti originali, in particolare l’Anonimo Sincrono, avevano ricostruito la vicenda dolciniana in Valsesia all’insegna di questo preciso obiettivo: occultare l’archè. Disvelandolo, invece, si spiegano i problemi irrisolti, come quello sostanziale della resistenza armata nel cruciale triennio 1305-1307, una resistenza montanara più che eretica, e si riporta Dolcino dal mito alla storia. Inoltre si aprono gli scenari della disperazione popolare e montanara dopo la sconfitta dell’eresia: i sogni infranti, il peso dei lutti e dello sterminio, la pietrificazione degli animi. Gli scenari di un adattamento dai tratti fortemente obbligati e strazianti ad un codice culturale e comportamentale straniero, antagonista, ostile, un adattamento che dura molto, molto tempo a realizzarsi compiutamente, se mai si è realizzato compiutamente. Dunque il conflitto multiforme tra ortodossia ed eresia non è solo un conflitto tra idee e sistemi culturali, è uno scontro di civiltà con tutto il dolore che esso porta con sé. E’ dramma, tragedia nella storia e della storia, fa scorrere fiumi di sangue. E segna gli animi dei superstiti, degli sconfitti e dei loro discendenti. Dimenticare o obnubilare questa dimensione pratica, molto pratica e concreta, non è più possibile.

Comments are closed.